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Minetti, toc toc Quirinale: guarda cosa sta scritto sul tuo sito

La grazia all'ex consigliera e il gioco dello scaricabarile. Nessuno che sfiori Mattarella e i suoi uffici. Poi però vai a vedere sul sito e...

Sergio Mattarella e il sito del Quirinale Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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La vicenda della grazia a Nicole Minetti si sta trasformando in un piccolo manuale di scaricabarile istituzionale e di guerra per bande mediatiche. Da una parte articoli costruiti su indiscrezioni tutte da verificare, dall’altra comunicati incrociati tra ministeri e uffici giudiziari, e nel mezzo un Paese che fatica a capire dove finisca la realtà e dove inizi la narrazione. Ma soprattutto, sullo sfondo, resta un punto che rischia di essere rimosso con troppa leggerezza: il Quirinale non è un attore neutrale e passivo in questa vicenda. E fingere il contrario significa non leggere correttamente né le norme né la prassi.

La vicenda giudiziaria e personale della Minetti viene rielaborata dentro un racconto che mescola sospetti, allusioni e ricostruzioni che, come si legge chiaramente in più passaggi, non hanno ancora un riscontro definitivo. È proprio su questo terreno incerto che si innesta la discussione sulla grazia e sul ruolo delle istituzioni. Il punto di partenza, che troppo spesso viene omesso, è la trasformazione del potere di clemenza dopo la giurisprudenza costituzionale. La Sentenza 200/2006 della Corte costituzionale ha chiarito che la titolarità sostanziale del potere di grazia è in capo al Presidente della Repubblica. Non si tratta di una formula simbolica: significa che il Capo dello Stato non è un mero ratificatore delle proposte del Ministero della Giustizia, ma un soggetto che entra nel merito delle valutazioni.

Ed è proprio il Quirinale a spiegare, nero su bianco, come funziona questa macchina interna. Sul sito ufficiale della Presidenza della Repubblica si legge che l’Ufficio per gli Affari dell’Amministrazione della Giustizia, istituito nel 2006, si occupa delle pratiche relative alla concessione delle grazie e si articola in più settori, tra cui il Comparto Grazie. A questo comparto sono affidati compiti tutt’altro che notarili: esame delle domande, ricerca di precedenti, richiesta di priorità nelle istruttorie, solleciti al ministero dopo otto mesi, valutazione delle proposte del Guardasigilli, predisposizione della relazione destinata al Capo dello Stato per le sue determinazioni. Non basta: il responsabile dell’ufficio formula anche valutazioni sull’opportunità di concedere, rigettare o archiviare la richiesta. Altro che passacarte. Il potere è tale che “se il Capo dello Stato non condivide le valutazioni contrarie del Ministro, “adotta direttamente il decreto concessorio esternando nell’atto le ragioni per le quali ritiene di dovere concedere egualmente la grazia, malgrado il dissenso espresso dal Ministro”.

Di chi è quindi la colpa del pastrocchio (sempre che sia effettivamente tale) su Minetti? Per prima cosa bisogna bussare alla procura di Milano. Sempre il Quirinale spiega infatti che “sulla domanda o sulla proposta di grazia esprime il proprio parere il Procuratore generale presso la Corte di Appello e, se il condannato è detenuto – anche presso il domicilio – ovvero affidato in prova al servizio sociale, il Magistrato di sorveglianza. A tal fine, essi acquisiscono ogni utile informazione relativa, tra l’altro, alla posizione giuridica del condannato, all’intervenuto perdono delle persone danneggiate dal reato, ai dati conoscitivi forniti dalle Forze di Polizia, alle valutazioni dei responsabili degli Istituti penitenziari”. Insomma: sono i giudici, mica Nordio, a fare le indagini. E il Quirinale si fida solo di quello che gli arriva da Procuratore generale e ministro o fa anche valutazioni proprie? Buona la seconda. Di più: se al Colle avessero annusato puzza di bruciato, cosa che evidentemente non hanno fatto, avrebbero potuto anche chiedere ulteriori approfondimenti. Sta scritto infatti sul sito che all’ufficio grazie spetta anche il compito di esaminare e valutare le “proposte formulate dal Ministro all’esito della istruttoria” e avanzare “eventuale richiesta di integrazioni”. Cosa che è avvenuta solo dopo l’inchiesta giornalistica del Fatto.

Questa è la parte che molti fingono di non vedere. Perché se il Quirinale stesso certifica di avere una struttura che analizza i fascicoli, chiede approfondimenti, sintetizza gli elementi istruttori e propone valutazioni, allora diventa impossibile sostenere che il Colle sia soltanto l’ultimo timbro di una procedura decisa altrove. Il sistema è costruito in modo tale che il Quirinale riceva, analizzi, valuti e, se necessario, approfondisca. Non è un passaggio automatico. E infatti negli anni il Presidente della Repubblica ha anche respinto proposte di grazia arrivate dal Ministero della Giustizia. Il che conferma un dato semplice: il potere presidenziale non è ornamentale, ma reale. Infatti su 1705 pratiche di grazia trattate, Mattarella ha concesso solo 36 atti di clemenza.

Il comparto è guidato dal dott. Enrico Gallucci, magistrato e responsabile dell’ufficio, affiancato da personale amministrativo dedicato. È un presidio tecnico e istruttorio che lavora in modo riservato, con accessi rigidamente limitati e con una gestione delle informazioni che non è meramente passiva ma selettiva, filtrata e funzionale all’attività del Capo dello Stato. Qui il punto diventa politico prima ancora che giuridico. Perché se è vero che l’istruttoria nasce a Via Arenula, è altrettanto vero che la valutazione finale non si esaurisce lì. Il sistema è costruito in modo tale che il Quirinale riceva, analizzi, valuti e, se necessario, approfondisca. Non è un passaggio automatico. E infatti lo stesso Gallucci, in un libro pubblicato nel 2018 (“Costituzione e clemenza”, edito da Futura editrice), in contributi pubblici e studi dedicati al tema, ha chiarito che il baricentro decisionale si è spostato sulla Presidenza della Repubblica proprio dopo il 2006.

Questo significa una cosa semplice, ma spesso rimossa nel dibattito pubblico: il Quirinale non può essere ridotto a un ufficio di registrazione. E dunque non può nemmeno essere sottratto alla responsabilità politica e istituzionale delle sue decisioni o delle sue non-decisioni. Nel caso specifico della vicenda Minetti, come evidenziato dal Foglio, la catena delle reazioni è stata rapida e piuttosto confusa. Il Quirinale avrebbe chiesto accertamenti, il Ministero della Giustizia ha risposto negando che negli atti risultassero elementi anomali, e la magistratura ha annunciato verifiche. Un intreccio che, al di là delle singole posizioni, racconta un sistema istituzionale che si muove in ordine sparso.

Ma è proprio qui che si inserisce il nodo politico-istituzionale più rilevante. Perché nessuna istituzione può chiamarsi completamente fuori. Nemmeno il Quirinale. Non solo perché il potere di grazia è formalmente presidenziale, ma perché esiste una struttura interna che ha il compito di studiare e valutare le pratiche. E dunque, inevitabilmente, anche di incidere sulla loro evoluzione. Il racconto per cui il Capo dello Stato sarebbe un semplice terminale neutro, che si limita a prendere atto delle istruttorie ministeriali, non regge più da tempo. È una semplificazione utile forse alla retorica, sicuramente alla sinistra che si aggrappa a tutto per denigrare il governo, ma non alla realtà. Lo dimostra anche la prassi: negli anni sia Sergio Mattarella sia i suoi predecessori hanno esercitato il potere di grazia anche in senso negativo, cioè rifiutando proposte provenienti dal Ministero della Giustizia.

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Il punto è più strutturale e meno comodo: quando si attiva una procedura di clemenza, il Quirinale è un soggetto attivo. E se è un soggetto attivo, non può essere considerato estraneo alle responsabilità istituzionali del processo. Il caso Minetti, al di là del suo merito specifico, diventa così l’ennesimo esempio di una tendenza tutta italiana: quella di costruire una narrazione in cui le responsabilità si dissolvono tra livelli istituzionali, uffici tecnici e competenze incrociate, fino a rendere impossibile individuare chi decide davvero. Ma la verità, per quanto scomoda, è che qualcuno decide sempre. E nel sistema della grazia, quel “qualcuno” arriva fino al Colle, a Sergio Mattarella.

È questo il nodo che resta sul tavolo, al netto delle inchieste, delle smentite e delle verifiche in corso. Perché in uno Stato di diritto maturo non esistono zone d’ombra istituzionali: esistono competenze, e quindi responsabilità. Anche quando si parla del Quirinale. Anche quando sarebbe più comodo far finta che non sia così.

Franco Lodige, 30 aprile 2026

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