Il Movimento 5 Stelle, a quanto pare, sarebbe alla ricerca di un sondaggio. Uno qualsiasi. Purché permetta di immaginare un centrosinistra competitivo anche senza Matteo Renzi. Il problema è che le simulazioni disponibili raccontano una storia diversa: Italia Viva, pur con pochi punti percentuali, può fare la differenza nei rapporti di forza tra le coalizioni. E così Giuseppe Conte rischia di dover ingoiare un rospo piuttosto indigesto.
Proprio Renzi. Quello che nel 2021 ritirò le ministre di Italia Viva dal Conte II, aprendo la crisi che portò alla nascita del governo Draghi. E che oggi cerca un posto nel campo largo, arrivando persino a dichiararsi disponibile a rinunciare a incarichi ministeriali. La questione, naturalmente, è aritmetica. Le simulazioni elettorali cambiano a seconda delle alleanze e delle regole ipotizzate, ma il peso dei piccoli partiti può diventare decisivo quando gli schieramenti sono vicini. E per Conte l’eventualità di ritrovarsi nuovamente alleato con Renzi rappresenta un problema politico evidente.
Da quelli del «PdmenoL», che urlava Beppe Grillo, a possibili compagni di governo dell’ex rottamatore che ha già rottamato un governo Conte. Un bel giro, bisogna ammetterlo. Ma c’è un’altra questione. Perché mettere insieme i voti è una cosa. Mettere insieme le idee è tutt’altra faccenda. Schlein, Conte, Renzi, Fratoianni e Bonelli dovrebbero trovare una posizione comune sulla politica estera, sulla giustizia, sulle infrastrutture e sull’economia. E non sempre partono da posizioni conciliabili.
Qualche prova generale, peraltro, è già arrivata. Come raccontato su Politico Quotidiano, le opposizioni avrebbero trovato una mezza intesa su una risoluzione relativa alle spese militari e agli impegni Nato. Conte ha rivendicato il risultato come una convergenza sulla propria linea contraria al riarmo. E Italia Viva, pur partendo da posizioni differenti, ha partecipato all’accordo. Un compromesso parlamentare, certo. Da cui tanti stanno prendendo le distanze. Ma anche un primo esempio delle concessioni necessarie per tenere insieme l’alleanza. Il punto è che una risoluzione comune non equivale a un programma di governo. Sul sostegno militare all’Ucraina, per esempio, le differenze tra i Cinque Stelle e le componenti più atlantiste del centrosinistra rimangono. E non sono dettagli che si possono rinviare all’ennesimo vertice di coalizione.
Insomma, il campo largo deve ancora stabilire chi lo guiderà, quali partiti ne faranno parte e soprattutto quale politica intenda realizzare. Renzi può accettare compromessi per costruire l’alleanza. Conte può rivendicare le proprie condizioni. Schlein può continuare a cercare una sintesi. Ma la domanda resta: davvero un governo con Renzi, Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli riuscirebbe a trovare accordi duraturi sulle questioni decisive?
Perché le elezioni si affrontano sommando i voti. Per governare, invece, bisogna anche riuscire a prendere decisioni insieme. E il campo largo deve ancora dimostrare di saper fare entrambe le cose.
Enrico Foscarini, 14 ottobre 2026
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