«Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito». Con queste parole Elly Schlein ha gelato Giuseppe Conte, certificando pubblicamente una frattura che nel campo largo era già evidente. La leader del Partito democratico ha provato subito a ricucire, invitando ad abbassare i toni: «Ma adesso non perdiamoci in discussioni tra di noi, concentriamoci sui fallimenti di questo governo e sulle nostre proposte concrete, come quella che abbiamo firmato tutti sul congedo paritario, per sostenere milioni di famiglie italiane con cinque mesi pagati al 100% per entrambi i genitori». Ma il messaggio politico era ormai arrivato: sulla politica estera, e persino sul metodo con cui costruire l’alleanza, Pd e Movimento Cinque Stelle parlano due lingue diverse.
A provocare il nuovo scontro è stata la proposta lanciata dal leader pentastellato. Conte ha infatti sostenuto che uno dei nodi fondamentali del futuro centrosinistra, il rapporto con la guerra in Ucraina, dovrebbe essere risolto attraverso le primarie. «Scioglieremo con le primarie, faremo decidere agli italiani», ha spiegato, immaginando che siano gli elettori a scegliere quale linea debba adottare un eventuale governo progressista.
Una posizione che nasce dalla distanza sempre più marcata tra il Movimento e il Pd sul conflitto. Conte ha confermato che i Cinque Stelle non voteranno nuovi aiuti militari a Kiev e ha rilanciato la propria ricetta diplomatica. «Io continuo ad essere favorevole a una svolta negoziale che l’Europa non vuole. Più che una coalizione di volonterosi servirebbe una coalizione di coraggiosi. Se dovessi essere investito» della premiership «chiamerei Zelensky, lo incontrerei per rassicurarlo che lui è l’aggredito, ma gli preannuncerei che un attimo dopo chiamerei Putin, l’aggressore, per imprimere una svolta negoziale».
Per il Pd, però, l’idea di demandare alle primarie una questione di politica estera è irricevibile. Prima ancora dell’intervento di Schlein era stato Alessandro Alfieri, responsabile Riforme della segreteria dem, a liquidare la proposta come «un grave errore». Secondo l’esponente democratico, chi punta a guidare il Paese deve costruire una sintesi tra le forze della coalizione e inserire questi temi in un programma comune, non trasformarli in un terreno di scontro tra candidati.
Le tensioni, del resto, erano esplose già nelle ore precedenti. Lia Quartapelle aveva accusato Conte di mettere a rischio l’intera alleanza: «Bene. Si prenda atto che c’è chi vuole rompere la coalizione. Su una materia per noi del Pd del più alto valore, cioè il futuro dell’Europa e la sicurezza del nostro continente». Ancora più duro Filippo Sensi, che aveva definito il leader pentastellato «il Vannacci del campo largo», accusandolo di agitare «una agenda filorussa» e di lavorare «allo sfascio».
Sulla stessa linea anche Avs. Dice Nicola Fratoianni: “Che siano posizioni diversi su alcuni temi è noto ed è normale all’interno di una coalizione. Ma le primarie, o le eventuali primarie, non possono diventare lo strumento che stabilisce il programma. Non siamo mica nel presidenzialismo. Non è che chi vince le primarie stabilisce il programma dell’intera coalizione”. Piuttosto, aggiunge il co-leader di Avs, “a settembre vediamoci per fare sintesi, concordare un programma. Di questo questo passo, ci arriviamo dopo le elezioni politiche”. Replica Bonelli: la priorità sono “i programmi, non le persone. Gli italiani non ci chiedono di discutere di candidature, ma di dare risposte alla crisi climatica, agli stipendi bassi, alla sanità pubblica e al caro vita. Prima decidiamo tutti insieme il programma, poi il leader ne sarà l’espressione”.
Lo scontro va ben oltre il tema delle primarie. A emergere è infatti una divergenza politica che riguarda uno dei pilastri dell’azione di governo. Da una parte il Pd rivendica la continuità con il sostegno all’Ucraina e con gli impegni assunti dall’Italia nell’Unione europea e nella Nato; dall’altra il Movimento Cinque Stelle insiste sulla necessità di interrompere l’invio di armi e imprimere una svolta negoziale.
È proprio questo il paradosso del campo largo. Prima ancora di trovare un’intesa sul programma, i partiti che dovrebbero presentarsi uniti agli elettori discutono già di come risolvere le proprie divisioni. E la risposta proposta da Conte, affidare tutto alle primarie, è stata respinta dalla stessa segretaria del Pd.
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