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“Non sarà gelida, di più”. Il retroscena su Meloni in vista dell’incontro con Trump

Si avvicina il vertice ad Ankara. Primo faccia a faccia dopo il folle meme del presidente Usa

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Questa volta Giorgia Meloni ha scelto la cosa più difficile: stare zitta. E in politica, diciamolo, il silenzio è spesso più complicato di un comunicato, più rischioso di una replica, più faticoso di una bella risposta confezionata per i social. Però è anche l’unica scelta seria quando dall’altra parte non c’è una polemica politica, ma un teatrino personale. Donald Trump ha deciso di trasformare il vertice Nato nell’ennesima puntata del suo spettacolo. Una battuta, un meme, una provocazione, una mezza offesa, una frase buttata lì per vedere l’effetto che fa. Il problema è che non siamo in campagna elettorale americana o in uno studio televisivo. Siamo a un vertice dell’Alleanza Atlantica, con guerre aperte, dossier militari pesantissimi, spese per la difesa, Mediterraneo, fianco Sud, infrastrutture strategiche. Insomma: cose vere.

Come ricostruisce il Corriere della Sera, a Palazzo Chigi la linea è stata ribadita con nettezza dopo l’ennesima uscita del presidente americano: “Non ci saranno più risposte”. Ed è una linea sacrosanta. Perché rispondere a Trump, oggi, significherebbe regalargli esattamente ciò che cerca: la scena. Lui provoca, tu reagisci. Lui alza il tono, tu ti giustifichi. Lui fa il bullo, tu ti metti sullo stesso piano. Meloni, invece, ha capito che l’unico modo per non perdere è non giocare la partita scritta dagli altri.

Attenzione, però. Questo non vuol dire abbassare la testa. Al contrario. Vuol dire tenere la schiena dritta senza fare sceneggiate. Meloni aveva già risposto una volta e lo aveva fatto con una frase che evidentemente a Trump non è andata giù: “Gli italiani e io stessa non imploriamo mai”. Una frase forte, netta, persino ruvida. Ma vera. Perché l’Italia è alleata degli Stati Uniti, non è una comparsa. È dentro la Nato, non sotto tutela. E il rapporto con Washington è troppo importante per essere ridotto agli umori di un presidente che si offende se qualcuno non gli batte le mani.

Qui sta il punto politico. Meloni non sta rompendo con l’America. Non sta facendo l’anti-trumpiana di maniera. Non sta inseguendo Macron, Merz o la solita Europa che spesso confonde la postura con la posa. Sta facendo una cosa molto più concreta: difende l’interesse italiano dentro l’alleanza occidentale. E lo fa senza trasformare ogni provocazione in una crisi diplomatica. Il bello è che in Italia qualcuno sperava già nel disastro. C’è sempre chi aspetta Meloni al varco: se parla è imprudente, mentre se tace è debole. È il solito giochino. Ma questa volta il giochino non funziona. Perché il premier sta tenendo una posizione di equilibrio: non rompe con gli Stati Uniti, non si fa umiliare da Trump, non concede al presidente americano il piacere di dettare l’agenda.

E l’agenda, infatti, non dovrebbe essere quella del meme. Dovrebbe essere quella dell’Italia. Il fianco Sud della Nato, per esempio. Possibile che l’Alleanza Atlantica sappia guardare solo a Est? Possibile che Mediterraneo, Nord Africa, rotte energetiche, cavi sottomarini, porti, gasdotti, infrastrutture digitali e strategiche siano sempre trattati come questioni di serie B? Meloni vuole portare questo tema nero su bianco nella dichiarazione finale. E fa bene. Perché la sicurezza dell’Europa non passa soltanto da Varsavia o da Kiev. Passa anche da Tunisi, Tripoli, Suez, dal Mediterraneo allargato. Poi c’è la questione delle spese militari. Anche qui, piaccia o no, Meloni si muove con realismo. Se l’Italia vuole contare nella Nato, deve mettere sul tavolo impegni credibili. Non basta lamentarsi dell’America quando l’America chiede più contributi. E non basta invocare l’Europa della difesa se poi nessuno vuole pagare il conto. La proposta di arrivare al 3,5% del Pil in tre anni può essere discussa, certo. Ma almeno è una proposta. È politica, non propaganda.

Per questo la freddezza di Meloni verso Trump non è un capriccio. Nel suo staff avrebbero detto: “Non sarà gelida, di più”. E allora? A volte essere gelidi è l’unico modo per restare seri. Non serve sbattere la porta. Non serve disertare platealmente. Non serve fare la vittima. Serve andare al vertice, sedersi dove prevede il protocollo, parlare dei dossier italiani e lasciare Trump ai suoi post.

Il rapporto con gli Stati Uniti resta fondamentale. Nessuno sano di mente, a Roma, può pensare il contrario. Nemmeno a sinistra. Ma proprio perché quel rapporto è fondamentale, va sottratto alla rissa personale. Gli Stati Uniti non sono un meme di Trump. La Nato non è Truth Social. E l’Italia non è obbligata a rispondere ogni volta che qualcuno decide di provocarla.

Meloni questa volta fa bene. Anzi fa benissimo. Fa bene a non rincorrere, fa bene a non concedere repliche. La politica estera non è una gara a chi urla di più. È la capacità di difendere gli interessi nazionali anche quando intorno tutti vorrebbero trasformare la scena in una corrida. Trump può continuare a fare Trump. Meloni, per fortuna, sta facendo il presidente del Consiglio.

Massimo Balsamo, 7 luglio 2026

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