Alla fine hanno deciso di andarsene tutti insieme. I componenti di opposizione della commissione di Vigilanza Rai — M5s, Pd, Italia viva e Avs — hanno rassegnato le dimissioni in blocco. Una scelta definita “molto sofferta”, provocata da ragioni “gravi e strutturali”. Come sempre, però, dietro le parole solenni si nasconde una realtà molto più banale: una battaglia politica persa viene trasformata nell’ennesima emergenza democratica. La sinistra partecipa allo scontro, contribuisce alla paralisi della commissione e, quando non riesce a imporre la propria linea, abbandona il tavolo denunciando l’autoritarismo degli avversari.
La Vigilanza è bloccata da oltre un anno intorno alla partita per la presidenza della Rai e alla ratifica di Simona Agnes. La maggioranza ha disertato buona parte delle attività, mentre le opposizioni non hanno concesso aperture sulla nomina. È un duro braccio di ferro parlamentare nel quale entrambe le parti hanno utilizzato gli strumenti a propria disposizione. Eppure soltanto una pretende di presentarsi davanti agli italiani con l’aureola della vittima.
Nella lettera inviata ai presidenti si legge: “La decisione è stata assunta come estrema ratio di fronte al punto di non ritorno in cui si trova oggi la Commissione parlamentare”. Il “punto di non ritorno”, naturalmente. Perché una normale contrapposizione politica non basta più: servono il dramma, il gesto estremo e il comunicato indignato. Prima si blocca la nomina, poi si denuncia il blocco. Prima si partecipa alla guerra di posizione, poi si sostiene che la guerra sia stata scatenata esclusivamente dagli altri.
Secondo i dimissionari, in questi anni sarebbe emersa “l’idea di una RAI ‘pertinenza’ di una maggioranza, e non come bene comune dei cittadini”. Una frase che potrebbe anche essere condivisibile, se non provenisse dagli eredi politici di chi per decenni ha trattato viale Mazzini come un grande condominio da spartire. Una rete a un partito, un telegiornale a una corrente, una direzione all’amico giusto e un programma all’intellettuale organico. La lottizzazione della Rai non è certamente nata con il governo Meloni. La sinistra scopre che la televisione pubblica dovrebbe essere un bene comune soltanto quando non riesce più a controllarne ogni stanza. Quando le nomine le facevano gli altri governi, si parlava di competenza e di linea editoriale. Oggi, invece, ogni scelta diventa occupazione, censura o attentato al pluralismo.
Le opposizioni affermano inoltre che “non è più possibile restare in Commissione in quanto è venuta meno proprio la parola ‘vigilanza’. Un organismo svuotato, incapace di esercitare il proprio ruolo di garanzia, è di fatto diventato complice del declino della più grande azienda culturale del Paese”. La soluzione individuata per salvare una commissione paralizzata è dunque quella di abbandonarla. Una trovata politica davvero formidabile: se l’organismo non riesce a lavorare, invece di tentare di farlo funzionare ci si dimette, si convoca la stampa e si trasforma la fuga in un atto di eroismo istituzionale.
Nella lettera si parla poi della “perdurante paralisi delle attività dovuta a ragioni tutte interne alle forze politico parlamentari della maggioranza” e di un “atto di arroganza” legato all’indicazione del presidente. Secondo i commissari, questa forzatura avrebbe provocato il “sequestro politico” della commissione. Il linguaggio è quello delle grandi occasioni: sequestro, arroganza, punto di non ritorno. Manca soltanto la richiesta di inviare gli osservatori internazionali davanti agli studi Rai. In realtà, maggioranza e opposizione stanno combattendo una battaglia di potere sulla principale azienda culturale italiana. La differenza è che la sinistra vorrebbe continuare a esercitare il potere anche quando perde le elezioni.
Poi arriva la denuncia sullo stato dell’azienda: “Registriamo da anni un costante calo degli ascolti e una oggettiva perdita di credibilità della Rai”. Da anni, appunto. La crisi della Rai non è cominciata con questo governo. È il risultato di decenni di lottizzazione, sprechi, palinsesti invecchiati, concorrenza delle piattaforme digitali e incapacità di comprendere i cambiamenti del pubblico. Tutti problemi ai quali hanno contribuito anche i partiti che oggi si presentano come salvatori del servizio pubblico.
I commissari denunciano anche la “mortificazione del personale e del merito. Si è imposto un sistema fondato sulla fedeltà e sulla appartenenza ideologica, ostentata come motivo di orgoglio trasformandola in “metodo” di governance aziendale”. Benvenuti nella Rai. La fedeltà politica, l’appartenenza ideologica e le carriere decise nei corridoi dei partiti non sono certamente invenzioni recenti. La vera novità è che oggi a lamentarsene sono quelli che non occupano più tutte le stanze dei bottoni.
Secondo l’opposizione, “la RAI ha, purtroppo, progressivamente rinunciato al suo compito istituzionale di far crescere culturalmente il Paese, il giornalismo di inchiesta è stato marginalizzato, i programmi di approfondimento svuotati, gli spazi di confronto plurale ridotti”. Anche in questo caso sarebbe utile sapere quale fosse la mitica età dell’oro della Rai: quella dei direttori scelti dai segretari di partito? Quella dei programmi intoccabili perché politicamente protetti? Quella in cui il pluralismo consisteva nel decidere chi fosse autorevole e chi dovesse essere trattato come un pericoloso populista?
Infine arriva l’accusa di “occupazione dell’azienda con una gestione politica e ‘proprietaria’”. Ed è qui che il copione diventa chiarissimo. Quando le nomine le fanno loro è servizio pubblico; quando le fanno gli avversari è occupazione. Quando cambiano loro i programmi è una scelta editoriale; quando lo fanno gli altri è censura. Quando controllano loro la Rai è pluralismo, quando perdono il controllo è emergenza democratica. Le dimissioni dalla Vigilanza non risolvono nulla. Non sbloccano la commissione, non aumentano gli ascolti, non migliorano la qualità dei programmi e non restituiscono credibilità alla Rai. Servono soltanto a costruire una nuova narrazione: quella della sinistra coraggiosa che abbandona le istituzioni per denunciare il governo padrone. La solita rappresentazione teatrale. Scrivono il copione, distribuiscono le parti, salgono sul palcoscenico e, alla fine dello spettacolo, si applaudono da soli.
Massimo Balsamo, 2 luglio 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


