Politico Quotidiano

Non solo Conte e il riarmo: un altro sondaggio allarma la “testardamente unitaria” Schlein

Conte attacca il riarmo, i dem lo smentiscono. La coalizione non ha un programma comune

Giuseppe Conte ed Elly Schlein
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La fotografia di Napoli doveva certificare la nascita del campo largo. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli tutti insieme, finalmente sorridenti, pronti a promettere che questa volta non si sarebbero divisi. È bastato attendere poche ore perché la scenografia cominciasse a cadere a pezzi. Perché un’alleanza può anche essere costruita sopra un palco, ma prima o poi deve scendere nella realtà. E nella realtà Pd e Movimento 5 Stelle continuano a pensarla diversamente praticamente su tutto.

L’ultima frattura riguarda l’Ucraina, la Russia e il sostegno militare a Kiev. Non esattamente un dettaglio amministrativo o una questione sulla quale si possa rinviare la decisione a una riunione di condominio. Si tratta di politica estera, sicurezza nazionale, rapporti con la Nato e collocazione internazionale dell’Italia. In altre parole, uno dei primi dossier che qualsiasi governo è chiamato ad affrontare.

Conte, dalla manifestazione unitaria di Napoli, ha accusato qualcuno di voler costruire artificialmente una minaccia russa per convincere i cittadini della necessità di armarsi. Una posizione perfettamente coerente con la linea seguita da tempo dal Movimento 5 Stelle, ma difficilmente conciliabile con quella di una parte consistente del Partito democratico.

Come ricostruisce l’Agi, alle parole del leader grillino hanno risposto esponenti di primo piano del mondo dem, da Paolo Gentiloni a Giuseppe Provenzano, fino al senatore Filippo Sensi. Il primo ha definito “stucchevole” invocare la diplomazia europea prescindendo dagli aiuti militari; il responsabile Esteri del Pd ha ricordato che, dopo quattro anni di invasione dell’Ucraina, non occorre immaginare uno scontro diretto per riconoscere la minaccia rappresentata dal regime russo; Sensi è stato ancora più netto, sostenendo che la linea progressista non possa coincidere con quella di Vannacci, della Lega, di Afd e di Marine Le Pen.

Non è una semplice incomprensione linguistica. Non è una sfumatura da correggere con un comunicato congiunto scritto da qualche funzionario del Nazareno. Conte e i riformisti del Pd hanno due letture opposte della realtà. Per il Movimento 5 Stelle il problema principale è il riarmo europeo, mentre per Gentiloni, Provenzano e Sensi il problema è una Russia che ha invaso un Paese sovrano e che rappresenta una minaccia politica, militare e strategica per l’Europa.

Chi dei due dovrebbe decidere la linea di un eventuale governo? Conte o Gentiloni? Il Movimento 5 Stelle o il Pd europeista? L’Italia continuerebbe a sostenere Kiev oppure cambierebbe politica? Resterebbe saldamente ancorata alla Nato o passerebbe il tempo a mettere in discussione ogni scelta dell’Alleanza? Sono domande elementari. Eppure il campo largo non possiede una risposta comune. La Schlein prova a tenere tutto insieme perché il suo progetto politico viene prima dei programmi. L’obiettivo è costruire una coalizione sufficientemente grande da battere Giorgia Meloni. Il resto, evidentemente, si vedrà dopo. Prima si sommano i simboli sulla scheda elettorale, poi eventualmente si cerca di capire che cosa fare al governo.

È questa la vera natura del campo largo: non un’alleanza fondata su una visione condivisa dell’Italia, ma una coalizione negativa, tenuta insieme dall’avversione per l’attuale presidente del Consiglio. L’unico programma realmente comune è mandare a casa Meloni. Il problema è che, una volta mandata a casa Meloni, qualcuno dovrebbe anche governare. Ed è lì che comincerebbero i guai. Sulla politica estera il Pd e il Movimento 5 Stelle parlano lingue diverse. Sulla difesa europea convivono posizioni quasi inconciliabili. Sul rapporto con la Nato emergono sensibilità opposte. Ma le distanze non finiscono certo a Kiev. Basta affrontare i dossier più importanti — politica economica, infrastrutture, energia, giustizia, immigrazione, rapporti con Bruxelles — perché riemergano culture politiche, interessi elettorali e ricette profondamente differenti.

Nel campo largo dovrebbero convivere i riformisti che rivendicano l’atlantismo, i Cinque Stelle che denunciano il “partito del riarmo”, la sinistra radicale ostile all’aumento delle spese militari e i centristi che chiedono esattamente il contrario. Più che una maggioranza di governo sembra un dibattito televisivo nel quale ciascuno aspetta il proprio turno per smentire quello che ha parlato prima. Conte, peraltro, non ha alcun interesse a nascondere le differenze. La sua partita non riguarda soltanto la sfida al centrodestra. Il leader del M5S vuole dimostrare di essere indispensabile per il centrosinistra e, possibilmente, di esserne il candidato naturale alla premiership. Per farlo deve distinguersi dal Pd, dettare condizioni e impedire che Schlein possa considerarlo un semplice alleato subordinato.

La fotografia unitaria di Napoli nasconde dunque una competizione interna durissima. Schlein e Conte dicono di voler collaborare, ma entrambi sanno che prima o poi dovranno stabilire chi comanda. E nessuno dei due sembra disposto a fare un passo indietro. Il risultato è una coalizione che alterna appelli all’unità e attacchi reciproci, sorrisi davanti alle telecamere e smentite il giorno successivo.

Era già accaduto nel 2022. Allora le opposizioni si presentarono divise e spalancarono la strada a Giorgia Meloni. Oggi sostengono di aver imparato la lezione, ma rischiano di commettere l’errore opposto: mettere insieme tutti senza avere deciso nulla. L’unità elettorale, da sola, non produce automaticamente un governo. Può produrre una lista di candidati, una fotografia di gruppo o una manifestazione. Per governare servono una leadership riconosciuta, una politica estera comune e un programma credibile.

Gli elettori, almeno per il momento, non sembrano particolarmente impressionati dall’operazione. L’ultimo sondaggio Swg per il Tg La7 assegna a Fratelli d’Italia il 27,2 per cento, in crescita di un decimo. Il Pd scende invece al 21,3 per cento, mentre il Movimento 5 Stelle arretra al 12,9. Entrambi perdono lo 0,2 per cento.

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Il dato politico diventa ancora più significativo se si osservano gli schieramenti nel loro complesso. Mentre i principali partiti del campo largo arretrano, il centrodestra tiene e, anzi, cresce. Fratelli d’Italia consolida il primato, Forza Italia passa dal 7,4 al 7,7 per cento e compensa ampiamente il calo della Lega, scesa al 5,4. La coalizione di governo, nonostante quasi quattro anni trascorsi a Palazzo Chigi e un contesto internazionale tutt’altro che semplice, continua dunque a raccogliere consenso. La sinistra, invece, mette in scena l’unità e perde voti.

Sono variazioni ridotte, naturalmente, e nessun sondaggio settimanale può essere trasformato in una sentenza definitiva. Ma l’indicazione politica è evidente: mentre Schlein e Conte cercano di convincere gli italiani che il campo largo sia pronto a governare, gli elettori continuano a premiare il centrodestra. Vedono le fotografie, ascoltano le promesse e subito dopo assistono all’ennesima lite.

Forse hanno semplicemente capito ciò che i dirigenti del campo largo fingono di non vedere: essere contro Meloni non significa essere d’accordo sul futuro dell’Italia. E una coalizione che non sa dire che cosa pensa della Russia, dell’Ucraina, della difesa e della Nato difficilmente potrà convincere gli elettori di essere pronta a governare il Paese.

Massimo Balsamo, 14 luglio 2026

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