C’è qualcosa di straordinariamente ironico nelle nuove dichiarazioni di Nicola Gratteri. Il magistrato simbolo della lotta alla ’ndrangheta, sotto scorta da trentasette anni, ha stroncato senza mezzi termini le affermazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Quest’ultimo ha messo nel mirino il Csm parlando di meccanismi “para-mafiosi”. Ognuno ha le sue idee, sia chiaro. Ma a sorprendere è l’incredibile cortocircuito che ci dice molto di più di quanto sembri.
“Vogliono continuare a strumentalizzare ancora per settimane le mie parole? Facciano pure. Penso che in tanti abbiano capito”: Gratteri è tranchant ai microfoni di Repubblica. Le polemiche sono ormai note a tutti. Non potrebbe essere diversamente, anche perchè un procuratore che definisce i potenziali elettori come “indagati, imputati e massoni” non è consuetudine. Ma il procuratore tira dritto, nessuna intenzione di scusarsi. Anche perché il caso Nordio diventa benzina sul rogo. “Se in Csm un magistrato non ha un ‘padrino’ è finito, morto. Il sorteggio rompe questo meccanismo ‘para-mafioso’”, ha detto il ministro citando Di Matteo. Parole pesanti, certo. Parole che Gratteri liquida così: “Per me, queste parole non si commentano per nulla. O si commentano da sole. In ogni modo, inaccettabili“.
Inaccettabili. E qui il punto non è difendere Nordio o assolverlo da ogni responsabilità politica. Il punto è chiedersi con quale autorevolezza si distribuiscano patenti di accettabilità dopo aver appena bollato milioni di elettori come “indagati, imputati e massoni”. Perché questo è accaduto. E su questo Gratteri ha scelto una linea difensiva che suona più come un’arrampicata sugli specchi che come un chiarimento: “Io ho chiarito subito. E ho specificato il contesto: si trattava di un frammento estrapolato, di pochi secondi, da un ampio dialogo. Un ragionamento inserito nell’ambito delle attività di contrasto alle zone grigie e al crimine organizzato. Chi ha seguito tutto non credo sia stato colto da dubbi”.
Il problema è che non era un’analisi tecnica dei quesiti referendari. Non era una critica nel merito. Era un marchio. Un’etichetta appiccicata con il pennarello indelebile su una parte del Paese. Da una parte i buoni, dall’altra i sospetti. Da una parte la legalità, dall’altra interessi e appartenenze oscure. È un confine morale, non politico. E quando si traccia quel confine, si entra in un terreno scivoloso.
In democrazia il dissenso non è un indizio di colpevolezza. È un diritto. Ridurre il fronte del Sì a un coacervo di indagati e massoni non è soltanto un’affermazione grave: è un errore macroscopico. Perché quando si sostituisce l’argomentazione con l’insulto, si finisce per regalare all’avversario la miglior campagna possibile. C’è poi un tema istituzionale che non può essere ignorato. Gratteri non è un opinionista, non è un politico in cerca di voti. È un uomo delle istituzioni. E proprio per questo le sue parole pesano di più. Quando un magistrato, simbolo della lotta alle mafie, suggerisce che chi vota in un certo modo appartenga a categorie moralmente discutibili, il messaggio che arriva non è di forza, ma di superiorità morale. E la superiorità morale, in politica come nella comunicazione, raramente paga.
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Così accade che mentre si accusa Nordio di aver usato parole “inaccettabili”, si dimentichi che la delegittimazione preventiva dell’elettore lo è altrettanto. Se la strategia è colpire la credibilità dell’avversario anziché confrontarsi sui contenuti, il segnale che trapela è uno solo: debolezza. Perché chi è sicuro delle proprie ragioni non ha bisogno di insinuare che dall’altra parte ci sia un’ombra. E allora il paradosso è servito. Parole nate per arginare il fronte del Sì rischiano di trasformarsi in un boomerang. Perché in una democrazia matura nessuno accetta di essere catalogato come imputato morale per una preferenza referendaria. Ogni volta che accade, cresce la tentazione di rispondere con l’unico strumento che conta davvero: il voto.
Franco Lodige, 16 febbraio 2026
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