
Ieri all’ospedale di Varese è morto Umberto Bossi. Con lui si chiude definitivamente un pezzo gigantesco della Seconda Repubblica. Fondatore della Lega Nord nel 1989, il “Senatùr” è stato per trent’anni la vera voce, severa e poco diplomatica, di un Nord che ai tempi si sentiva spremuto dal centralismo romano.
Bossi non era un intellettuale silenzioso e raffinato, ma un politico istintivo che parlava direttamente alla pancia della gente e non ha mai fatto segreto di questo, tentando di elevarsi ad essere qualcosa che non era. Un personaggio verace che non le mandava mai a dire e che usava la provocazione come la sua arma preferita.
Certamente, però, Bossi non era un fascista o un amante della repressione democratica, come qualcuno invece oggi si ostina a insinuare per cercare di giustificare il suo orrendo e penoso giubilo dinnanzi alla sua dipartita. Le sue radici erano infatti popolari, quasi socialiste da giovane, poi diventate regionaliste. Insomma, il fondatore della Lega Nord, per meglio o per peggio, ha dato rappresentanza a milioni di italiani stufi delle élite. Un politico sfacciato che con la sua celebre canotta bianca parlava alla gente titillando i suoi malumori, non ai salotti intellettuali.
Eppure, di fronte alla morte di quest’uomo, acciaccato da anni (un grave ictus nel 2004, la voce ridotta che si era ormai ridotta a un sussurro) una consistente parte di chi sui social ha pagine con un buon seguito in cui si dice antifascista, democratico, pluralista, esulta sguaiatamente. Sui social fioccano reel e commenti velenosi: «Finalmente una bella notizia», «Offre Bossi oggi», il tutto corredato da meme e gif di scherno. Addirittura – come rivelato da Esperia – una pagina con 230mila seguaci su tiktok e diverse decine di migliaia su Instagram, che non menzioneremo per non dare ad essa una rilevanza che non merita, lo definisce “uno dei peggiori politici italiani della storia” e posta con ghigno un video dove alla grida “Offre Bossi, champaaaaagne”. Come se l’essere un politico mediocre (ammesso che Bossi lo fosse) giustificasse il gioire della morte.
E così questa gentaglia brinda sulla bara di un ottantaquattrenne, uomo prima che politico, reduce pure da una lunga malattia. Dove è finita l’empatia che questi loschi figuri lontani dalla democrazia si fregiano di sbandierare ogni giorno su diritti, pietà, inclusione? Un avversario politico, anche sgradito, diventa un trofeo da festeggiare appena esala l’ultimo respiro? Tutto ciò è ridicolo. Anche se Bossi non è mai stato simpatico alla sinistra (e francamente non ha mai fatto nulla per diventarlo) celebrarne la sua morte cosa è forse Antifascismo? Lotta armata? Guerriglia proletaria? No. È mancanza di umanità, barbarie, sudiciume intellettuale e intellettivo.
Ma la cosa davvero aberrante è che questa stessa gente ha l’ardire di parlare del pericolo della destra. E così, come sempre, gli stessi che gioiscono della morte oggi di Bossi, ieri di Kirk, l’altroieri di Berlusconi, affibbiano immancabilmente agli avversari politici un odio che essi stessi troverebbero semplicemente guardandosi allo specchio.
Alessandro Bonelli, 20 marzo 2026
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