Elly Schlein insiste. E quando la sinistra insiste su una cosa, di solito conviene controllare il portafoglio. Perché il tema, gira e rigira, è sempre quello: la patrimoniale. Non chiamatela ossessione, dicono loro. E invece sì: mettere le mani sui patrimoni è un’ossessione della sinistra. Una tentazione antica, mai davvero archiviata, che torna fuori ogni volta che serve una bandiera ideologica da sventolare.
Come riporta Repubblica, la segretaria del Pd è tornata a rivendicare la proposta, ricordando di essere “sempre stata favorevole” a una tassazione europea sui grandi patrimoni. E aggiunge: “In altri paesi si sta ragionando nella stessa direzione. Io penso che non possa essere un tabù capire come fare a livello europeo ad introdurre una tassazione sui miliardari”.
Eccolo, il trucco lessicale: non deve essere un tabù. Tradotto: prepariamoci a discuterne, poi a normalizzarla, infine a introdurla. Si parte dai miliardari, perché fa sempre comodo individuare un bersaglio piccolo, lontano, antipatico a una parte dell’opinione pubblica. Poi però la storia fiscale italiana insegna che le tasse nate per pochi finiscono spesso per riguardare molti. Prima l’1%, poi “forse anche meno”, poi chissà.
Schlein infatti spiega: “Stiamo parlando dell’1%, forse anche meno, della popolazione rispetto a una esigenza che è quella di garantire servizi pubblici fondamentali al 99%”. Sembra uno slogan perfetto: pochi pagano, tutti ricevono. Peccato che l’economia non funzioni come un volantino elettorale. I patrimoni non sono sacchi d’oro fermi in cantina. Sono imprese, case, investimenti, risparmi, partecipazioni, lavoro accumulato, rischio. Colpirli significa mandare un messaggio chiarissimo: chi costruisce qualcosa, prima o poi, diventa un bancomat dello Stato.
E non basta l’Europa. La leader dem apre anche alla via nazionale: su una tassa ai grandi patrimoni “non è detto che non si possa intervenire anche a livello nazionale”. Certo, poi bisognerà parlarne con gli alleati, perché “sicuramente” il tema è sul tavolo, ma va affrontato “con gli altri alleati, perché so che su questo ci sono posizioni diverse”. Avs spinge, il Movimento 5 Stelle frena, il Pd prova a tenere insieme il campo largo con il solito collante: più tasse.
La giustificazione è sempre nobile, naturalmente: “Riequilibrare il fisco nel senso progressivo, come indica la nostra Costituzione, che chiede a chi guadagna di più di contribuire di più”. Ma attenzione: qui non si parla solo di reddito, si parla di patrimonio. Cioè non di quanto guadagni oggi, ma di ciò che hai già costruito, spesso già tassato mille volte. È la differenza tra chiedere un contributo sul reddito e tornare a bussare su ciò che resta dopo anni di imposte, sacrifici e rischio.
Poi Schlein passa agli extraprofitti energetici: “Dobbiamo adottare delle soluzioni strutturali che impediscano di maturare quegli extraprofitti, perché non è normale che in questo Paese il prezzo dell’energia, il prezzo unico nazionale dell’energia diventa tre o quattro volte quello del famoso mercato di Amsterdam”. Anche qui, stesso schema: individuare un colpevole, tassarlo, promettere redistribuzione. Ma il problema dell’energia in Italia non si risolve con il riflesso condizionato della tassa. Si risolve producendo più energia, semplificando, investendo, sbloccando infrastrutture, non trattando ogni utile come un furto.
Da Perugia, Schlein rilancia anche sul costo di benzina, gasolio e gas, sostenendo che “noi non siamo condannati a pagare le bollette più care d’Europa” e indicando l’esempio della Spagna. Poi propone di “moltiplicare gli investimenti nelle energie rinnovabili e renderli più veloci, perché questo contribuisce ad abbassare immediatamente le bollette delle imprese e delle famiglie italiane”. Bene accelerare dove serve. Ma anche qui manca sempre un pezzo: chi paga? Con quali tempi? Con quali autorizzazioni? Con quale realismo industriale?
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Infine c’è l’Ucraina, altro dossier che divide le opposizioni. Schlein riconosce che “abbiamo avuto posizioni diverse su come sostenerla, ma siamo sempre stati tutti uniti a dire che lì bisogna arrivare a una pace giusta” e assicura che “le differenze saranno ricomposte”. Anche qui, il campo largo deve trovare una sintesi. Ma sulla patrimoniale la direzione è chiara: la sinistra vuole rimettere al centro l’idea che lo Stato possa correggere la società colpendo i patrimoni.
Il punto politico è semplice: dietro la parola “miliardari” si nasconde una cultura del sospetto verso la ricchezza privata. Come se chi possiede qualcosa dovesse giustificarsi. Come se il patrimonio fosse una colpa. Come se il risparmio non fosse prudenza, ma privilegio da punire. La patrimoniale non è una misura tecnica. È un manifesto. Dice che lo Stato viene prima del cittadino, che la proprietà è sempre provvisoria, che ciò che hai accumulato può diventare materia fiscale appena cambia il vento politico. Ecco perché va respinta. Non per difendere i miliardari, ma per difendere un principio: in un Paese già soffocato dalle tasse, la soluzione non può essere sempre una nuova tassa.
Franco Lodige, 31 maggio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


