Politico Quotidiano

Schlein è in trappola, incubo “premier”: cosa preoccupa ora Elly

Il Pd cala, Conte resta indispensabile e la nuova legge elettorale obbliga il centrosinistra a indicare un premier: per Elly il campo largo rischia di trasformarsi in una resa dei conti

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C’è un fantasma che si aggira nel campo largo e non è Giorgia Meloni. È una domanda molto più semplice, molto più crudele, molto più politica: chi sarà il candidato premier? Perché finché si tratta di fare opposizione, Elly Schlein può tenere insieme tutto e il contrario di tutto, il Pd e Conte, Fratoianni e Renzi, Bonelli e Magi, i pacifisti e gli atlantisti, i movimentisti e i riformisti. Ma se la nuova legge elettorale del centrodestra confermerà l’indicazione del premier nel programma, allora la ricreazione finisce. A quel punto il centrosinistra dovrà fare la cosa che teme di più: mettere un nome, uno solo, davanti agli elettori.

Ed è qui che nasce il panico attorno a Schlein. Perché la segretaria del Pd, sulla carta, avrebbe tutto per rivendicare la candidatura. Guida il principale partito dell’opposizione, è la leader del soggetto più forte del campo progressista, può dire che nel centrodestra vale la regola del partito più votato e dunque dovrebbe valere anche a sinistra. Ma la politica, si sa, è fatta anche di numeri. E gli ultimi numeri non sono esattamente una carezza per il Nazareno: nel sondaggio Youtrend per Sky TG24 che hai indicato, Fratelli d’Italia risale al 27,7%, il Pd scende al 21,7% e il distacco tra i due principali partiti torna ad allargarsi a sei punti. Non proprio la fotografia di una rincorsa trionfale.

Il dato più fastidioso per Schlein, però, non è solo il Pd che arretra. È il Movimento 5 Stelle che resta lì, stabile al 13,5%, abbastanza debole da non poter pretendere da solo la guida del centrosinistra, ma abbastanza forte da rendere impossibile ignorare Giuseppe Conte. Il risultato è una trappola perfetta: senza i grillini il campo largo non vince, ma con i grillini Schlein rischia di non comandare. E infatti nel centrosinistra torna a circolare la parola magica, quella che tutti evocano quando non sanno decidere e nessuno vuole prendersi la responsabilità di una scelta: primarie.

Il punto è che le primarie, in questo caso, non sarebbero una festa democratica. Sarebbero un regolamento di conti. Come evidenziato dal Messaggero, Conte le ha già tirate fuori parlando della necessità di “primarie aperte” per scegliere il candidato premier del centrosinistra, salvo poi frenare con il più prudente “Non è il momento di parlare di primarie”. Traduzione: vediamo prima se mi conviene. E al Pd lo hanno capito benissimo. Perché alcuni sondaggi vedrebbero proprio Conte favorito in un eventuale voto ai gazebo. Il capo del Movimento che si candida a guidare la coalizione in cui il Pd è il primo partito: ecco l’incubo perfetto per Schlein.

La paura non nasce dal nulla. Dopo le amministrative, soprattutto dopo Venezia, al Nazareno hanno iniziato a fare due conti poco rassicuranti. Secondo i flussi elettorali elaborati da Youtrend e riportati negli appunti, circa metà degli elettori che alle Europee avevano votato M5s alle Comunali avrebbe scelto Simone Venturini, candidato del centrodestra. Altro che campo largo già pronto per Palazzo Chigi. Qui il problema è capire se l’elettorato grillino, quando arriva il momento decisivo, sia davvero disposto a marciare dietro una leadership democratica.

E non è tutto. Sempre secondo l’analisi citata negli appunti, il 51% degli elettori del Movimento 5 Stelle non avrebbe fiducia in Elly Schlein, mentre solo il 29% degli elettori dem si direbbe diffidente nei confronti di Conte. Questo è il dato politico più pesante. Perché racconta una sproporzione: il popolo del Pd, pur con mille mal di pancia, potrebbe accettare Conte; il popolo grillino, invece, guarda Schlein con molta più freddezza. Dunque la segretaria dem può anche rivendicare il diritto di guidare la coalizione, ma rischia di trovarsi con una parte decisiva degli alleati che non la riconosce davvero.

Il Foglio aggiunge un elemento ancora più velenoso. Nel Pd avrebbero avvertito un “sinistro presentimento” davanti alla rinnovata intesa tra M5s e Lega contro l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea. Poi è arrivato Conte sulla sicurezza, con parole che hanno fatto drizzare le antenne al Nazareno: “Se queste elezioni comunali insegnano una cosa è che bisogna stare vicini ai bisogni dei cittadini. Il Movimento 5 Stelle sarà molto attento sui temi della sicurezza che non è di destra né di sinistra. Va gestito il fenomeno dell’immigrazione in modo compatibile con la nostra Costituzione ”. E infatti, sempre secondo quanto riportato, nel Pd qualcuno avrebbe iniziato a bofonchiare: “Non è che tutto d’un tratto tornano le convergenze giallo verdi? Sia mai…”.

Ecco il guaio. Schlein deve inseguire Meloni, ma deve anche guardarsi da Conte. Deve costruire l’alternativa al centrodestra, ma deve pure evitare che il suo principale alleato torni a flirtare con parole d’ordine più identitarie, più securitarie, più compatibili con l’antico grillismo anti-casta o addirittura con qualche nostalgia gialloverde. Nel frattempo lei prova a darsi un profilo internazionale, vola a Barcellona, in Canada, incontra Obama, abbraccia Pedro Sánchez, cerca sponde socialiste e democratiche. Tutto molto alto, tutto molto nobile. Ma poi torna in Italia e trova il problema di sempre: chi decide nel campo largo?

Il sondaggio Youtrend per Sky Tg24 rende il quadro ancora più scomodo: la partita sarebbe aperta, certo. Ma significa anche un’altra cosa: il centrosinistra non può permettersi ambiguità infinite. Se è competitivo solo quando somma tutto, allora deve decidere chi guida quella somma. E il nome di Schlein, oggi, non basta a chiudere la questione. Gli alleati lo sanno e premono. “Dobbiamo sbrigarci”, ha detto Nicola Fratoianni. Angelo Bonelli vorrebbe avviare il percorso prima della pausa estiva, Riccardo Magi chiede un confronto politico immediato. Il Movimento 5 Stelle, invece, preferisce aspettare la conclusione di “Nova”, il suo percorso interno. Come sempre, nel campo largo tutti chiedono unità, ma ognuno con il proprio calendario, la propria convenienza, la propria rendita di posizione.

Renzi, poi, ci mette il carico: “Elly Schlein ha tutti i titoli per rivendicare il ruolo di candidata premier”. Sembra un’investitura, ma è anche una sfida. Perché subito dopo la strada diventa quella delle primarie, con Schlein, Conte e magari un candidato dell’area riformista. Cioè esattamente lo scenario che può trasformare la leadership della segretaria dem in una corrida interna, prima ancora che in una sfida a Meloni.

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Il vero effetto dell’indicazione del premier è questo: toglie al centrosinistra il lusso della vaghezza. Finora il campo largo poteva vivere di formule, tavoli, “percorsi”, “cantieri”, “convergenze programmatiche”. Ma se la coalizione deve presentarsi agli elettori con un capo, allora la domanda diventa brutale: Schlein o Conte? Il Pd o i Cinque Stelle? Il partito più forte o il leader che potrebbe vincere le primarie? Il principio politico o il calcolo elettorale?

Per Schlein è una trappola. Se rivendica la candidatura in quanto leader del Pd, rischia di irritare Conte e di non portarsi dietro l’elettorato grillino. Se accetta le primarie, rischia di legittimare una gara che potrebbe perderla. Se rinvia, dà l’immagine di una coalizione che vuole governare il Paese ma non sa neppure chi dovrebbe guidarla. E tutto questo mentre il Pd scende, FdI risale e il distacco da Meloni torna a farsi più largo.

Il terrore, dunque, non è la legge elettorale. Il terrore è la chiarezza. Perché l’indicazione del premier obbliga il campo largo a uscire dalla nebbia. E nella nebbia Schlein poteva ancora sembrare il capo naturale dell’opposizione. Alla luce del sole, invece, bisogna contarsi. E quando nel centrosinistra si comincia a contarsi, di solito, iniziano i guai.

Franco Lodige, 29 maggio 2026

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