Destra! Sinistra! Centro! Liberali! Sovranisti! Progressisti! Conservatori! Mancano soltanto i guelfi e i ghibellini, poi abbiamo completato il catalogo. Peccato che nel frattempo gli elettori abbiano cominciato a fare una cosa imperdonabile: non ascoltano più i partiti. Cambiano voto, cambiano partito, cambiano idea. Qualcuno addirittura non vota proprio. Una vera maleducazione democratica.
E così, mentre la politica continua a spiegare agli italiani quanto sia fondamentale scegliere tra destra e sinistra, gli italiani sembrano sempre più interessati a scegliere altro. Magari qualcuno che risolva un problema: una casa, un lavoro, una pensione, una bolletta. O, pensiero davvero eversivo, qualcuno che mantenga una promessa. La cosa curiosa è che questa crisi non arriva esattamente come un fulmine a ciel sereno. Simone Weil aveva già capito tutto nel 1943.
Weil e quella strana idea: abolire i partiti
Nel suo Sulla soppressione generale dei partiti politici, Weil (intellettuale impossibile da infilare comodamente in una casella ideologica, molti dicevano e dicono anche oggi che era intellettuale di Destra) formulava una critica radicale ai partiti. Non diceva semplicemente che i partiti sono corrotti, inefficienti o antipatici. Diceva qualcosa di molto peggio: il partito tende a diventare un fine invece che uno strumento.
Nasce per perseguire un’idea, poi deve sopravvivere, crescere, conquistare voti, conquistare poltrone e infine difendere le poltrone. A quel punto, dell’idea originaria, magari resta giusto il simbolo sulla tessera. Weil li definiva «organismi totalitari in germe», una frase piuttosto scomoda, soprattutto perché pronunciata nel 1943, quando di organismi totalitari in Europa se ne intendevano parecchio.
Prima viene la tessera, poi la verità
Il problema più interessante individuato da Weil è però un altro: che cosa succede quando un uomo politico deve scegliere tra la verità e il proprio partito? La risposta, temo, la conosciamo. Dipende. Se la verità coincide con la linea del partito, benissimo: è verità. Se invece la contraddice, si può sempre organizzare una commissione di studio e, se proprio non basta, si può cambiare argomento.
Il meccanismo è semplice: il partito produce appartenenza, l’appartenenza produce fedeltà, la fedeltà produce conformismo e il conformismo, alla fine, presenta il conto alla libertà di pensiero. Weil parlava di «passione collettiva». Noi oggi la chiameremmo forse tifo politico: è quella curiosa malattia per cui la stessa proposta può essere geniale alle dieci del mattino, quando la sostiene il proprio leader, e fascista alle dieci e cinque, quando la sostiene l’avversario. Non importa più cosa viene detto. Conta chi lo dice.
La destra scopre Weil. La sinistra scopre… la destra
Ed ecco il paradosso. La critica di Weil, che certamente non era una pensatrice di destra, è diventata interessante anche per pensatori conservatori e tradizionalisti. Perché? Perché mette il dito su una piaga che riguarda tutti.
Anche la destra. Anzi, soprattutto una certa destra contemporanea, che per anni ha denunciato la partitocrazia, gli apparati, le nomenclature e la casta per poi scoprire, una volta arrivata al governo, che la poltrona è molto più comoda quando ci si siede sopra dalla parte giusta. È il vecchio miracolo della politica: quando sei all’opposizione, l’apparato è una vergogna; quando governi, l’apparato diventa «una macchina indispensabile per garantire la governabilità». La burocrazia è sempre troppa, fino a quando non è la tua.
E la sinistra? Naturalmente, non facciamo finta che il problema sia soltanto a destra. La sinistra occidentale ha passato gli ultimi decenni a domandarsi come mai gli operai non votassero più come una volta. Una domanda interessante. Forse perché nel frattempo qualcuno aveva detto loro che il loro principale problema non era più arrivare alla fine del mese, ma utilizzare correttamente il pronome.
Nel frattempo i vecchi partiti popolari si sono trasformati. Il conflitto sociale ha lasciato spazio sempre più spesso al conflitto culturale. La vecchia classe operaia è diventata elettoralmente meno centrale e una parte della sinistra ha trovato nuovi interlocutori nelle élite culturali e urbane. Risultato? La destra parla di popolo. La sinistra parla di diritti. E il popolo, spesso, guarda entrambe e si domanda chi abbia intenzione di occuparsi della sua vita reale.
La grande commedia destra-sinistra
E qui arriviamo al punto. Destra e sinistra continuano a litigare furiosamente, ma spesso litigano dentro lo stesso recinto. Cambiano le parole, cambiano le bandiere, cambiano i leader, ma rimangono apparati giganteschi, burocrazie, Stati sempre più invasivi, organismi sovranazionali, esperti che spiegano al cittadino cosa dovrebbe desiderare e partiti che, ogni quattro anni, riscoprono improvvisamente l’esistenza del popolo. Poi arrivano le elezioni. E il popolo commette un altro errore: vota.
Deneen e la politica oltre le vecchie etichette
È uno dei motivi per cui il pensiero di Patrick Deneen – intellettuale di Destra – esponente del conservatorismo post-liberale, è diventato interessante. Nel suo Why Liberalism Failed, Deneen mette in discussione proprio la vecchia rappresentazione della politica come eterno duello tra destra e sinistra.
Perché magari il problema non è stabilire chi vince tra i due. Magari il problema è il campo da gioco. Secondo Deneen, destra e sinistra possono infatti condividere alcuni presupposti della modernità liberale, contribuendo entrambe, seppure in modi diversi, all’indebolimento delle comunità concrete: famiglia, territorio, associazioni, tradizioni, legami sociali. In altre parole: mentre i partiti discutono animatamente su quale ideologia debba salvare il mondo, il mondo reale si è messo a fare altro.
Il partito come religione
Weil aveva colto anche questo. Lo «spirito di partito» può trasformarsi in una religione. Ci sono dogmi, eretici, scomuniche, peccatori e soprattutto c’è sempre qualcuno che decide chi è dalla parte del Bene. La differenza è che almeno nelle religioni tradizionali il giudizio finale non spettava al segretario di partito. Oggi, invece, basta un post sbagliato e arriva la sentenza.
E allora la domanda di Weil torna prepotentemente attuale: a cosa servono i partiti? A rappresentare i cittadini o a rappresentare se stessi? A cercare la verità o a difendere una linea? A costruire comunità o a costruire carriere?
Forse la vera crisi della destra e della sinistra non è che siano diventate troppo diverse. È che, in certi momenti, sono diventate terribilmente simili. E mentre loro continuano a discutere su chi abbia il monopolio della verità, gli elettori hanno cominciato a fare la cosa più sovversiva di tutte: pensare con la propria testa. Simone Weil, probabilmente, non si sarebbe stupita affatto.
Apostolos Apostolou, 13 settembre 2026
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