La foto, diciamolo, è di quelle che valgono più di mille comunicati stampa. Elly Schlein accanto a Barack Obama, alla convention progressista di Toronto, avrebbe dovuto raccontare la nascita di un grande fronte internazionale contro Trump, Meloni, Orban e compagnia sovranista. Invece restituisce un’altra immagine: quella di una fan che, finita la conferenza, si mette ordinatamente in fila per salutare l’oratore, strappare due parole, magari una pacca sulla spalla e poi tornare a casa convinta di avere partecipato alla Storia.
Obama, si sa, ha il mestiere. Sorride, incoraggia, distribuisce benedizioni come santini laici. Alla segretaria del Pd, che gli ha ricordato il suo lontano impegno militante, l’ex presidente americano ha concesso la frase giusta, quella da incorniciare: “Ho sempre sostenuto le leadership giovani”. E Schlein, immaginiamo, avrà incassato con gratitudine. Il problema è che la politica non si fa con gli autografi dei miti di gioventù. E nemmeno con le rimpatriate tra progressisti in cerca di un nemico comune.
A Toronto, infatti, la segretaria dem non è andata per parlare agli italiani, ma per cercare una famiglia politica all’estero. Una specie di Erasmus permanente della sinistra globale: ieri Barcellona con Pedro Sanchez e Lula, oggi Canada con Obama e Mark Carney, domani chissà. L’idea è sempre la stessa: costruire un fronte dei buoni, dei democratici, dei progressisti, degli illuminati contro l’oscuro Medioevo trumpiano. Peccato che, appena si guarda meglio la compagnia, l’entusiasmo si sgonfi.
Keir Starmer, uno degli idoli della nuova sinistra europea, è già impantanato tra sconfitte, polemiche e scandali. Pedro Sanchez, l’altro modello da esibire come prova che “si può fare”, sta affondando in Spagna tra inchieste, crisi di consenso e un governo sempre più appeso ai ricatti parlamentari. Ma da noi, naturalmente, questi dettagli disturbano la narrazione. E allora si preferisce la liturgia del summit internazionale, con i sorrisi, i panel, le formule solenni e quel lessico da assemblea studentesca aggiornato all’era dei dazi.
Schlein ha aggiunto al vocabolario del Pd una nuova parola d’ordine: nuovo ordine mondiale. Non è una battuta. È proprio il cuore del discorso. Un ordine alternativo a Trump, naturalmente progressista, possibilmente benedetto da Obama e certificato dalle cancellerie amiche. “Dall’Europa portiamo buone notizie – riporta Repubblica – Orban ha perso, non governa più, e come lui perderanno Trump e Meloni, ha detto al “Global progress action summit”, organizzato dal premier canadese Mark Carney. Eccola, la grande analisi geopolitica: Orban, Trump, Meloni, tutti nello stesso calderone. Tutti destinati a perdere perché lo dice la sinistra riunita a Toronto.
Il punto è che Schlein sembra credere davvero che basti costruire una rete internazionale di progressisti per risolvere il suo problema principale: non avere ancora costruito una proposta credibile in Italia. Perché è facile andare in Canada e spiegare che la destra non risolve i problemi delle persone. Più difficile è spiegare perché gli italiani dovrebbero affidarsi a un Pd che, quando parla di lavoro, industria, sicurezza, immigrazione, tasse ed energia, finisce quasi sempre per rifugiarsi nella predica morale.
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Dopo il bilaterale con Carney, la segretaria ha raccontato: “L’ho ringraziato per le parole che ha detto in Armenia la settimana scorsa quando ha affermato che l’ordine mondiale sarà ricostruito a partire dall’Europa. Il tempo delle destre nazionaliste è finito. Non risolvono i problemi delle persone. Se guardo all’Italia la produzione è a zero, la crescita è a zero e i costi dell’energia sono i più alti. La propaganda del governo in Italia ha sbattuto contro la realtà della condizione di vita delle persone”. Tutto legittimo, per carità. Solo che il registro è sempre quello: una parte della realtà viene selezionata, ingigantita e trasformata in sentenza politica. L’Italia sarebbe ferma, il governo avrebbe fallito, le destre sarebbero finite. Poi però si vota, e la realtà spesso si diverte a smentire i convegni.
Il viaggio canadese, ovviamente, è anche un messaggio a Giorgia Meloni. Il premier ha costruito una parte della sua politica estera sul rapporto con Trump, tentando di proporsi come ponte tra Washington e Bruxelles. Operazione complicata, forse velleitaria, certamente rischiosa. Ma almeno è politica di governo, fatta con chi il potere lo esercita davvero. Schlein invece teorizza una formula più comoda: si può essere alleati dell’America, ma non di Trump. Cioè alleati di un’America immaginaria, quella che piace ai democratici europei, quella di Obama, dei campus, dei discorsi ispirati, dei grandi sorrisi e delle foto ricordo. Peccato che alla Casa Bianca oggi non ci sia un poster del 2008.
E così il Pd si ritrova a inseguire il mito del “Yes, we can” fuori tempo massimo. Obama resta Obama, ma il mondo è cambiato. Gli elettori sono cambiati. Le paure sono cambiate. Le economie sono cambiate. E la sinistra, invece di interrogarsi sul perché abbia perso pezzi enormi di popolo, continua a convincersi che il problema sia solo mettere insieme una coalizione internazionale di anime belle contro il cattivo di turno.
Alla vigilia della missione, Schlein aveva spiegato di voler andare in Canada “per ribadire che serve unire le forze progressiste e democratiche, ampliare il dialogo e la cooperazione con tutti i Paesi traditi dalle politiche e dai dazi di Trump”. Traditi da Trump, certo. Ma gli operai europei, i ceti medi impoveriti, le periferie dimenticate, gli imprenditori strozzati dall’energia e dalla burocrazia, da chi si sentono traditi? Da Trump o da una classe dirigente progressista che per anni ha parlato più volentieri di grandi architetture globali che di bollette, salari, sicurezza e competitività?
Quando in Italia erano le 20, Schlein è salita sul palco di un panel e ha collegato tutto: la vittoria al referendum, la sconfitta di Orban, il cambiamento che avanza, la possibilità di battere Trump, Vance e Meloni. Il programma? “Pace, democrazia, cooperazione, giustizia sociale, dobbiamo ricostruire un ordine internazionale basato su questo”. Parole impeccabili, inattaccabili, perfette. Chi potrebbe essere contro la pace, la democrazia, la cooperazione e la giustizia sociale? Il punto è che la politica comincia esattamente dopo gli slogan, quando bisogna spiegare come si finanzia tutto, come si difende un confine, come si produce ricchezza, come si taglia il costo dell’energia, come si tiene insieme libertà e sicurezza.
Ma a Toronto non serviva entrare troppo nel merito. Bastava la scenografia. Bastava Obama. Bastava il grande abbraccio progressista. Bastava la foto. Solo che quella foto, invece di consacrare Schlein come leader internazionale, rischia di raccontare l’opposto: una sinistra italiana ancora in cerca di padri nobili, di miti esterni, di qualcuno che le dica che è giovane, giusta e dalla parte della Storia. Il problema è che gli elettori non sono Obama. E difficilmente si accontenteranno di un incoraggiamento a bordo palco.
Franco Lodige, 10 maggio 2026
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