Undici parlamentari del Pd erano pronti a non votare una risoluzione firmata anche dal loro stesso partito. Basta questo per capire quanto sia solido il famoso campo largo: una coalizione che vorrebbe governare l’Italia, ma che rischia di andare in frantumi già al momento di approvare un documento parlamentare. I riformisti dem non intendevano sostenere la risoluzione congiunta presentata da Pd, Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra sulle clausole europee di salvaguardia per le spese in energia e difesa. Tra i dissidenti vengono indicati Filippo Sensi, Lorenzo Guerini e Lia Quartapelle. Il giudizio che circola tra i parlamentari è inequivocabile: “È una mozione che sembra scritta dal solo Conte”.
Ed è proprio questo il punto. Il Partito Democratico mette la propria firma su un testo che una parte dei suoi deputati considera sostanzialmente dettato dal leader dei Cinque Stelle. Giuseppe Conte detta la linea, Elly Schlein prova a inseguirlo e i riformisti dem minacciano di sfilarsi. Il campo largo, insomma, non ha ancora cominciato a correre, ma è già inciampato nelle proprie contraddizioni. “Se la mettono ai voti così, noi non la voteremo”, ha avvertito Sensi. Non si tratta, del resto, di una controversia su qualche virgola. La risoluzione impegna il governo a destinare eventuali risorse aggiuntive esclusivamente alla lotta contro la povertà, alla sanità e ad altre misure sociali e ambientali, escludendo esplicitamente la spesa militare.
Nelle premesse si chiede inoltre di “riconsiderare radicalmente gli impegni assunti in sede Nato” e di scongiurare ulteriori aumenti della spesa per gli armamenti. Una linea perfettamente coerente con le posizioni di Conte, molto meno con quelle della componente atlantista del Pd, che non intende assistere in silenzio alla trasformazione dei democratici in una succursale del Movimento Cinque Stelle.
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La mediazione tentata all’ultimo momento non avrebbe prodotto risultati. E così la segretaria dem si ritrova stretta tra Conte, che prova a imporre la propria agenda, e una parte del suo partito che rifiuta di seguirlo. Altro che coalizione pronta a governare: qui non si riesce nemmeno a stabilire quale debba essere la posizione comune su Nato, difesa europea e sostegno all’Ucraina.
Il clima è delicato e non potrebbe essere diversamente. La Schlein sembra avere grosse difficoltà a trovare la via d’uscita e il tempo scorre fin troppo velocemente. Per un politico esperto come Luigi Zanda Elly e Conte “dovevano accordarsi prima”. Intervistato dal Domani, l’ex capogruppo dem al Senato ha spiegato che i due leader avrebbero dovuto “iniziare a confrontarsi da anni”. Ma non solo. A suo avviso sarebbe un errore sottovalutare la portata del dossier Kiev. Sì, perché per Zanda “sull’Ucraina si può rompere”. Con buona pace delle dichiarazioni di rito.
E pensare che soltanto ieri Conte e Schlein avevano pranzato insieme a Roma. Un’ora abbondante di colloquio, presentata come il primo segnale di disgelo dopo le tensioni degli ultimi giorni. “Con Schlein nessun problema personale. La dialettica politica rimane, ma nel rispetto reciproco”, ha spiegato il leader pentastellato.
Nessun problema personale, dunque. Peccato che quelli politici siano enormi. Perché un pranzo può servire a stemperare i toni, non a cancellare differenze profonde. Conte ha già spiegato che il nodo della politica estera potrebbe essere sciolto con le primarie, facendo decidere agli elettori. Una soluzione curiosa: prima si costruisce una coalizione senza una linea comune e poi si indice una consultazione per stabilire che cosa debba pensare.
Schlein può organizzare tutti i pranzi che vuole, ma il problema resta sul tavolo. Il Movimento Cinque Stelle vuole allontanare il campo largo dagli impegni Nato e dalla spesa per la difesa. I riformisti dem non sono disposti ad accettarlo. Avs spinge ancora più a sinistra. E il Pd continua a tentare di tenere insieme posizioni incompatibili, evitando accuratamente di scegliere.
Il pranzo del disgelo, dunque, non è bastato neppure ad arrivare alla cena. Il campo largo continua a presentarsi come un’alternativa di governo, ma sulla politica estera parla almeno tre lingue diverse. E quando arriva il momento di votare, anche dentro il Pd comincia la rivolta.
Massimo Balsamo, 5 agosto 2026
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