Elly Schlein studia da presidente del Consiglio. Il problema, semmai, è capire sui libri di chi. Perché la segretaria del Pd sembra avere una curiosa necessità: cercare continuamente all’estero il modello capace di risolvere i problemi della sinistra italiana. Prima Pedro Sánchez, adesso Zohran Mamdani. Dal socialismo spagnolo assediato dagli scandali al socialismo newyorkese fatto di affitti congelati, supermercati pubblici e nuove tasse sui ricchi. Una traiettoria che dovrebbe condurre a Palazzo Chigi. O forse direttamente contro un muro.
Come racconta Il Foglio, Schlein si è presentata in Senato per discutere di Europa, Stati Uniti e intelligenza artificiale, accompagnata dal capogruppo dem Francesco Boccia e circondata da giornalisti, imprenditori ed esperti di relazioni transatlantiche. Nel parterre anche Brunello Cucinelli e l’ex sindaco di New York Bill De Blasio, ormai entrato stabilmente nell’orbita dei democratici italiani. La leader del Pd ha provato anzitutto a rassicurare chi teme che un eventuale governo del campo largo possa trasformare l’Italia in un Paese diffidente verso Washington. “Nessuno è disposto a rinunciare a una alleanza strategica e storica con gli Stati Uniti perché c’è un presidente pro tempore che sta cercando di far saltare questa alleanza”, ha spiegato. Poi l’affondo contro Donald Trump: “Se guardiamo alla sua strategia sulla sicurezza è un attacco frontale all’Europa, ma gli Stati Uniti non sono solo Trump. Dobbiamo, con un modello europeo, essere disposti a costruire punti di dialogo e cooperazione proprio dove quel rapporto storico è stato tradito”.
Il ragionamento, sulla carta, sarebbe persino comprensibile: i rapporti tra Italia e Stati Uniti non possono dipendere esclusivamente dall’inquilino di turno della Casa Bianca. Ma Schlein sembra andare oltre la normale costruzione di relazioni internazionali. Sta cercando di mettere in piedi una specie di Internazionale progressista, una rete alternativa all’America trumpiana dalla quale ricavare idee, linguaggi e possibilmente una formula elettorale da importare in Italia.
Da qui i viaggi, gli incontri, i seminari. Barack Obama, Bernie Sanders, Mark Carney, Bill De Blasio, Lula. E naturalmente Pedro Sánchez, fino a poco tempo fa indicato come il grande punto di riferimento europeo della sinistra. Peccato che il premier spagnolo sia oggi circondato da una tempesta politica e giudiziaria: il Parlamento gli ha chiesto di dimettersi con una mozione non vincolante e suo fratello David è stato condannato a nove anni di interdizione dai pubblici uffici per irregolarità legate alla sua assunzione nella provincia di Badajoz. Sánchez non risulta personalmente coinvolto, ma il suo partito e diversi esponenti del suo entourage sono finiti al centro di numerose inchieste.
Insomma, il modello Sánchez non sembra attraversare il momento più luminoso. E allora ecco arrivare il nuovo faro: Zohran Mamdani, sindaco socialista di New York dal gennaio 2026. Schlein aveva già celebrato la sua vittoria, sostenendo che la sinistra può vincere utilizzando “parole e programmi chiari” e concentrandosi sul costo della vita. Mamdani ha costruito il proprio successo promettendo una massiccia espansione dell’intervento pubblico: congelamento degli affitti regolamentati, autobus gratuiti, supermercati municipali, assistenza all’infanzia e maggiore tassazione dei milionari. Una piattaforma perfetta per entusiasmare la sinistra radicale e i socialisti da aperitivo. Resta da capire quanto sia replicabile in Italia e, soprattutto, quanto sia sostenibile nel lungo periodo. Diversi punti del suo programma, a sei mesi dall’insediamento, devono ancora trovare finanziamenti o essere pienamente realizzati.
Eppure sarebbe questo il nuovo metodo studiato al Nazareno: sanità, casa, tasse sui ricchi e una comunicazione aggressiva contro le diseguaglianze. Come se bastasse prendere lo slogan che ha funzionato a New York, tradurlo in italiano e appiccicarlo sopra il simbolo del Pd. Come se Astoria fosse Avellino, Brooklyn fosse Bologna e il bilancio della più ricca metropoli americana potesse essere paragonato ai conti pubblici italiani.
Il vero problema politico, però, è un altro. Mentre Giorgia Meloni coltiva rapporti con chi governa davvero, Schlein sembra prepararsi a dialogare con l’America che spera governerà domani. È una politica estera costruita sul desiderio: Trump è considerato una parentesi da sopportare, mentre la “vera” America sarebbe quella di Obama, Sanders, De Blasio e Mamdani. Ma un aspirante premier non può scegliere gli interlocutori internazionali in base alle simpatie ideologiche.
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Dopo Sánchez, dunque, il nuovo punto di riferimento di Schlein è Mamdani. Una scelta disastrosa non perché il sindaco di New York debba essere bocciato prima ancora di concludere il mandato, ma perché conferma l’incapacità del Pd di elaborare un progetto italiano. La sinistra continua a cercare il proprio futuro negli slogan degli altri: ieri Madrid, oggi New York, domani chissà.
Nel frattempo restano sul tavolo le contraddizioni del campo largo, le distanze con Giuseppe Conte sulla politica estera, la fragilità di un’alleanza unita soprattutto dall’avversione per Meloni. Prima di ridisegnare i rapporti con la Casa Bianca, forse Schlein dovrebbe spiegare con chi e con quale programma pensa di arrivare a Palazzo Chigi. Copiare Mamdani non sarà sufficiente. E potrebbe persino peggiorare le cose.
Massimo Balsamo, 15 luglio 2026
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