La Costituzione non si tocca. Le prerogative del presidente della Repubblica sono sacre. Guai anche solo a immaginare di metterle in discussione. Parola dei soloni del campo largo, che negli ultimi giorni hanno scatenato una vera e propria offensiva contro la nuova legge elettorale, accusando Giorgia Meloni di voler scavalcare il Quirinale. Il motivo? L’obbligo per partiti e coalizioni di indicare il candidato premier prima delle elezioni. Perché, ricordano indignati dalle parti della sinistra, il presidente del Consiglio lo nomina il capo dello Stato. Verissimo. Ma forse ai custodi della Carta è sfuggito un altro dettaglio: in Italia è sempre il presidente della Repubblica a indire le elezioni. Eppure questo non impedisce agli stessi leader di indicare quando, a loro giudizio, bisognerebbe tornare alle urne.
Le polemiche sono esplose giovedì, quando la Camera ha approvato definitivamente la riforma elettorale con 227 voti favorevoli e 164 contrari. Tra cartelli contro la “legge truffa” e accuse di incostituzionalità, il centrosinistra ha dato spettacolo. Riccardo Magi, segretario di +Europa, ha denunciato quella che considera “una lesione manifesta delle prerogative del Capo dello Stato”, riferendosi proprio all’indicazione del premier. E ha accusato la maggioranza di tentare una riforma costituzionale attraverso una legge ordinaria. Il tutto mentre le opposizioni preparano i ricorsi alla Consulta.
In prima fila, naturalmente, Elly Schlein. Intervenendo a Montecitorio, la segretaria del Pd ha parlato di un “antipasto di premierato”, contestando l’indicazione obbligatoria del candidato presidente del Consiglio. Secondo la leader dem, la maggioranza starebbe cercando di ottenere con una legge ordinaria quello che non è riuscita a realizzare modificando la Costituzione. Peccato che, nelle stesse ore, Schlein abbia invocato un ritorno anticipato alle urne. “Le elezioni? Prima sono e meglio è”, ha dichiarato ieri. E ancora alla festa dell’ottimismo del Foglio in corso a Firenze: ”Prima si vota, meglio è, e la cosa incredibile è che Meloni non dica al paese quando si andrà a votare perché, anche questo, è oggetto di litigi e di divisioni all’interno della sua stessa maggioranza”.
Una richiesta del tutto legittima, naturalmente. Ma che offre un curioso spunto ai costituzionalisti del campo largo: l’articolo 87 della Carta attribuisce proprio al capo dello Stato il potere di indire le elezioni delle nuove Camere. Evidentemente, nella disputa politica, indicare una data auspicata non significa sostituirsi a Mattarella. Perché mai proporre un candidato dovrebbe invece trasformarsi automaticamente in un’usurpazione delle sue prerogative? Ma sia chiaro: Elly è in buona compagnia.
Anche Giuseppe Conte ha partecipato alla levata di scudi. Durante le dichiarazioni di voto alla Camera, il presidente del Movimento 5 Stelle ha attaccato “l’indicazione del candidato Premier”, accusando Meloni di voler recuperare il progetto del premierato e di inseguire una concezione personalistica del potere. Il paradosso, però, è tutto politico. Perché proprio Conte continua a chiedere le primarie per scegliere il candidato del centrosinistra a Palazzo Chigi. Insomma, il nome bisogna individuarlo, possibilmente attraverso i gazebo, ma l’obbligo di dichiararlo agli elettori prima del voto diventa un attentato alla democrazia. Una distinzione che evidentemente richiede sofisticatissime competenze costituzionali.
Non potevano mancare Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Il primo ha accusato Meloni di cambiare le regole per restare al potere, sostenendo che lo faccia “tentando di introdurre il premierato”. Il secondo, sempre in Aula, ha definito la riforma “assolutamente incostituzionale”, denunciando un provvedimento che toglierebbe potere ai cittadini. E la mobilitazione prosegue: oggi Roberto Zaccaria, tra i promotori della battaglia giudiziaria contro il cosiddetto Melonellum, ha sostenuto che l’indicazione obbligatoria del premier comprometta “le prerogative del capo dello Stato di dare l’incarico”. Pronta una campagna di ricorsi in trenta tribunali.
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Eppure la questione meriterebbe almeno qualche precisazione. La nuova legge non prevede l’elezione diretta del presidente del Consiglio, né inserisce il suo nome sulla scheda elettorale. L’indicazione avviene nel programma depositato dalle forze politiche e il testo fa espressamente salve le prerogative del Quirinale. Peraltro, già la legge elettorale del 2005 prevedeva che le coalizioni indicassero il proprio capo. Certo, oggi viene contestata soprattutto l’obbligatorietà della previsione. Ma presentare agli elettori il nome di chi si vorrebbe alla guida del governo non significa, di per sé, nominarlo al posto del presidente della Repubblica.
Dunque, ricapitolando: Schlein può chiedere elezioni anticipate, Conte può pretendere le primarie, Fratoianni e Bonelli possono discutere di leadership e programmi. Ma se una legge chiede alle coalizioni di mettere nero su bianco il proprio candidato premier, ecco rispuntare immediatamente lo spettro dell’attacco alla Costituzione. Il capo dello Stato resta il titolare delle sue prerogative in entrambi i casi, senza bisogno dei permessi del campo largo.
Forse, dietro tanta premura costituzionale, c’è anche un problema decisamente più terreno: mentre Giorgia Meloni ha già un nome da proporre per Palazzo Chigi, a sinistra continuano a discutere tra Schlein, Conte, primarie e candidati terzi. Tutti sanno chi deve nominare il presidente del Consiglio. Ma su chi vorrebbero far nominare, evidentemente, la discussione è ancora aperta.
Massimo Balsamo, 10 ottobre 2026
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