Sul caso di Garlasco si sta superando un altro confine pericoloso, quello tra la “giuria popolare” e il “tribunale del popolo”. La prima è uno dei più importanti istituti dei sistemi giudiziari democratici: prevede sentenze emesse da corti in cui persone del popolo, sorteggiate tra iscritti ad appositi elenchi, affiancano i giudici togati, che mantengono la discussione in camera di consiglio dentro il perimetro del diritto; i secondi, pur richiamandosi alla volontà popolare, sono tribunali-farsa al servizio di un dittatore e di un’ideologia, istituiti per eliminare gli oppositori senza che la difesa abbia alcuna possibilità di tutelare i diritti dell’accusato.
Non metto in dubbio che la procura di Pavia si stia muovendo nel rispetto delle leggi e delle garanzie previste per gli indagati, ma è un fatto che la situazione le sia sfuggita di mano e stia alimentando — complice un’informazione spesso partigiana — una sorta di gigantesco “tribunale del popolo” che, pur digiuno di competenze e privo di regole certe — lo ha ben argomentato ieri Antonio Polito sul Corriere della Sera — ha emesso la sua sentenza di colpevolezza su Andrea Sempio in modo non dissimile da come anni fa la emise su Alberto Stasi.
Nei confronti di quest’ultimo non è però scattato un fenomeno uguale e contrario: l’opinione pubblica non pare particolarmente interessata al suo destino. Le sentenze del “tribunale del popolo” non prevedono infatti appello né Cassazione: sono immediatamente esecutive e immutabili, indipendentemente da ciò che stabilirà la “giuria popolare”. Insomma, già oggi il popolo ha stabilito che Chiara Poggi sia stata uccisa due volte da due persone diverse.
Diceva Alberto Moravia: “Curiosamente il popolo non si sente mai responsabile dei fallimenti delle idee che ha sostenuto”.
Alessandro Sallusti, 12 maggio 2026
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