Politico Quotidiano

Sicurezza e libertà: il decreto che segna una linea dopo Torino

Una cosa è evidente: dopo quanto registrato al corteo pro-Askatasuna, l’inerzia non era più un’opzione

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Ci sono momenti in cui uno Stato deve decidere se restare spettatore o tornare protagonista. I fatti di Torino, durante il corteo in favore di Askatasuna – guerriglia organizzata, agenti feriti, la piazza trasformata in un campo di battaglia – non sono stati la semplice degenerazione di una manifestazione, ma il sintomo di qualcosa di più profondo: l’azione strutturata di gruppi violenti che usano il diritto di protesta come copertura per colpire lo Stato. Mobilitare una protesta contro lo sgombero di un immobile occupato illegalmente è, del resto, il segno di una cultura indulgente verso i reati.

Dentro questo clima nasce il nuovo Decreto Sicurezza approvato dal Consiglio dei Ministri. Un provvedimento voluto e varato dal governo di centrodestra, che ha scelto di assumersi la responsabilità politica di ristabilire ordine e legalità nelle città. Non un atto simbolico, ma un pacchetto di norme che punta esplicitamente a rafforzare la prevenzione prima ancora della repressione. Ed è proprio qui che si gioca il vero nodo politico e culturale del dibattito.

Per anni l’ordine pubblico è stato gestito quasi esclusivamente “dopo”: dopo i danni, dopo gli arresti, dopo i feriti. Il decreto cambia paradigma. Introduce zone rosse rafforzate, consente il trattamento preventivo dei soggetti già noti per violenza, irrigidisce il Daspo urbano, ripristina la procedibilità d’ufficio per i borseggi, limita la vendita di armi da taglio ai minori e crea un nuovo reato per chi fugge all’alt delle forze dell’ordine. Non misure spettacolari, ma strumenti concreti. Il messaggio è semplice: la sicurezza non può più essere negoziabile.

C’è poi un elemento politico che pesa più di altri: la tutela processuale per gli operatori delle forze dell’ordine, con lo stop all’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di evidenti cause di giustificazione. Una scelta che segna un cambio di clima. Una scelta che questo governo ha rivendicato con chiarezza, restituendo dignità e serenità operativa a chi ogni giorno difende la collettività. Per troppo tempo chi interveniva si è ritrovato, di fatto, sotto accusa ancora prima di aver chiarito i fatti. Restituire serenità operativa non significa creare impunità, ma eliminare automatismi che logorano la fiducia nello Stato.

Le opposizioni parlano di compressione delle libertà, di eccessiva discrezionalità, di possibili abusi. Timori esasperati che rischiano di diventare ideologici se ignorano la realtà dei fatti. Perché sicurezza e libertà non sono alternative: una democrazia matura non sacrifica l’una per proteggere l’altra, ma le difende entrambe. La sinistra evoca abusi teorici, mentre gli abusi reali sono quelli di chi spacca vetrine, assalta cortei e terrorizza quartieri interi.

C’è una verità che troppo spesso si finge di non vedere: senza sicurezza non esiste libertà concreta. Non è libero il commerciante costretto ad abbassare la serranda per paura dei saccheggi. Non è libera la famiglia che evita il centro la sera. Non è libera neppure la manifestazione pacifica sequestrata dai professionisti del tumulto. La libertà non vive nel caos. Vive nell’ordine. Il punto, allora, non è scegliere tra Stato forte o Stato debole. Il punto è avere uno Stato presente e capace: capace di prevenire, intervenire, punire chi delinque. Ed è esattamente la direzione imboccata dall’esecutivo di centrodestra con questo decreto.

Il decreto non risolverà tutto. Nessuna legge, da sola, può sanare disagio giovanile, marginalità sociale o perdita di autorità educativa. Ma rappresenta un segnale chiaro: lo Stato non intende più rincorrere il disordine, bensì anticiparlo. Si segna finalmente una svolta culturale: prevenire invece di inseguire, sostenere chi protegge, colpire chi devasta.

Ora spetta al Parlamento affinare il testo e trovare il giusto equilibrio tra fermezza e garanzie. Una cosa, però, è già evidente: dopo Torino, l’inerzia non era più un’opzione. E forse, prima ancora che un decreto, serviva proprio questo: tracciare una linea e dire che oltre non si passa. E ricordare a tutti che la libertà di pochi facinorosi non può valere più della sicurezza di un’intera comunità.

Andrea Amata, 6 febbraio 2026

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