Tomaso Montanari, in un’intervista in occasione di un’occupazione liceale, pubblicata sui suoi social, ha detto che il liceo classico non serve solo a studiare, ma soprattutto a imparare a disobbedire come Socrate. Lo studio della cultura classica, secondo Montanari, serve a dare accesso a uno spazio di pensiero che ruota intorno alla libertà, alla condizione umana e alla condizione degli schiavi, al fine di cambiare il mondo. Non certo per conformarsi o diventare l’élite, ma per essere coloro che il mondo lo ribaltano dalle fondamenta. Parole testuali.
Mi consento di dire che le più grandi manipolazioni sorgono dal fatto di dire qualcosa di vero contaminato da qualcosa di falso, ipocrita o fuorviante. Qui ci troviamo di fronte ad uno di questi casi. Io adoro la cultura classica. Montanari ha ragione quando dice che il liceo classico serve ad avere gli strumenti per riflettere sulla nostra condizione e quella del mondo in cui viviamo. Il mondo classico offre molteplici paradigmi in tal senso. La verità, però, è che il liceo classico e la cultura classica servono ad aprire le menti. Ad insegnare il valore del confronto e del rispetto delle idee altrui. Il mondo classico ci lascia un patrimonio sconfinato di dialettica, a partire da quella socratica, basata sulla maieutica tesa alla ricerca della Verità e della virtù. Socrate non instillava verità precostituite nell’interlocutore: gliele faceva partorire attraverso il confronto e la dialettica.
Esattamente l’opposto di ciò che oggi fa la sinistra e gli intellettuali radical-chic come Montanari, i quali sono detentori di verità assolute e si atteggiano con superiorità ideologica. Sostengono che la cultura classica, modello di misura e armonia, serva a fare rivoluzioni. Per me, invece, lo studio del mondo classico ci spinge ad essere animati da spirito critico, proprio contro ogni tipo di pensiero omologato e conformista come quelli dell’odierna sinistra. Montanari, per quanto ne dica, è proprio un membro dell’élite, che fomenta le piazze dicendo loro di essere “la migliore gioventù”, ma è il primo che si scandalizzerebbe o si andrebbe a nascondere se assaltassero la sua università.
Socrate, come si evince dal Critone, bevve la cicuta ed accettò serenamente la sua morte (Fedone) proprio perché considerava le leggi superiori a qualsiasi altra cosa, un fattore imprescindibile per il funzionamento e la giustizia all’interno della pòlis. Il filosofo riteneva che la sua condanna fosse un’ingiustizia per colpa degli uomini, e non del nòmos, la legge. Pertanto, Socrate oggi avrebbe fatto tutto meno che difendere dei violenti che devastano città e che gridano alla repressione per il semplice fatto che lo Stato e le forze dell’ordine applichino delle leggi costituzionalmente sacrosante per garantire l’incolumità e la sicurezza dei cittadini.
Montanari è lo stesso che in alcune interviste si è servito del modello dell’Impero Romano per farne un exemplum di integrazione e uguaglianza. L’Impero Romano fu sì maestro di cosmopolita inclusione giuridica, riuscendo così a servirsi dei migliori tra gli homines novi e tra i barbari, ma la verità è che portò avanti un sistema di integrazione spietato, utilitaristico. A Roma vi erano diversi status giuridici, inseriti all’interno di un sistema che portava ovunque la guerra per poi costruire la pace, garantendosi la fedeltà dei popoli sottomessi, ai quali veniva lasciata autonomia culturale e religiosa ma imposti tributi ed obbedienza alle leggi e al mos maiorum.
L’estensione della cittadinanza a tutti i cittadini dell’Impero nel 212 d.C. da parte di Caracalla, evento che viene sfruttato oggi dalla sinistra in senso “inclusivo” e buonista, fu in realtà promossa per allargare il numero del corpo civico, e così dei contribuenti fiscali, oltre che per garantire maggiore coesione e controllo all’interno di un dominio che iniziava a mostrare i primi segni di crisi.
Montanari dimentica che per i Romani era imprescindibile il rispetto del mos maiorum. I bambini stranieri allevati a Roma venivano rigidamente educati ai valori degli antenati e alla lingua latina. Spesso tra i popoli sottomessi, un po’ per convenienza, un po’ per reale adesione, sorsero veri e propri processi di “romanizzazione” volontaria. La chiave del successo di Roma fu proprio quella di avere come caposaldo etico, politico e sociale il rispetto per le proprie tradizioni e per il proprio passato, stimolando le altre popolazioni all’emulazione. I Romani cercarono in tutti i modi di esaltare e rendere degni di imitazione e adesione i propri valori, presentando il proprio modello culturale e politico come quello vincente.
Ciò è esattamente il contrario di quanto avviene oggi nel nostro tempo. Un momento storico in cui i valori occidentali, proprio quelli di cui la Grecia e Roma sono stati i “padri”, vengono sempre più sminuiti in favore di nuove tendenze religiose estremiste e sentimenti politici radicali e nichilisti. Secondo i quali avere dei valori, delle tradizioni nazionali e una cultura da difendere e da diffondere sarebbe qualcosa di fascista, autoritario, razzista. Invece che qualcosa di cui andare orgogliosi.
Flavio Maria Coticoni, 30 ottobre 2026
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