Al Senato basta un applauso per mandare in frantumi la narrazione del campo largo compatto. E a battere le mani a Giorgia Meloni, questa volta, sono anche alcuni esponenti del Partito Democratico. Non certo per un’improvvisa conversione al melonismo, ma per una questione sulla quale le distanze tra i riformisti dem e gli alleati di Giuseppe Conte restano siderali: il sostegno all’Ucraina. Il premier ribadisce che Kiev non deve arrendersi all’aggressione russa, quattro senatori del Pd applaudono e il Movimento 5 Stelle rimane immobile. Una fotografia che racconta meglio di tanti vertici le contraddizioni della coalizione che vorrebbe presentarsi come alternativa al centrodestra.
A rompere il fronte del silenzio democratico sono Filippo Sensi, Walter Verini, Sandra Zampa e Pierferdinando Casini, gli unici del gruppo dem ad applaudire alcuni passaggi dell’intervento del presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Meloni scandisce una posizione netta: “Nessuno mi convincerà che la resa di chi difende la propria libertà possa definirsi pace”. E ancora: “Sostegno a Kiev, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica rimangono i pilastri della nostra azione”. Parole che trovano il consenso di una parte dell’opposizione, mentre il resto del Pd sceglie di non unirsi all’applauso.
Il presidente del Consiglio insiste sulla distinzione tra pace e capitolazione. “Il sostegno all’Ucraina non è alternativo alla pace, ma è ciò che la rende possibile”, osserva, prima di affondare il colpo: “La resa non è pace, è conquista”. Poi il riferimento all’imperialismo sovietico, ai carri armati russi che repressero le rivolte di Praga e Budapest e al Muro di Berlino. Un passaggio che provoca la standing ovation della maggioranza e rende ancora più evidente la diversa reazione tra i banchi delle opposizioni.
A cogliere la portata politica dell’episodio è anche Ignazio La Russa. Il presidente del Senato non nasconde la propria soddisfazione: “Mi ha fatto piacere aver visto degli esponenti dell’opposizione applaudire alcuni passaggi del presidente, in particolare sull’Ucraina”. Ancora più esplicito il senatore di Fratelli d’Italia Marco Barcaiuolo, che punta il dito contro i Cinque Stelle, rimasti impassibili davanti alle parole del premier sul sostegno a Kiev.
Del resto, il problema è tutto politico. Il Pd continua ufficialmente a sostenere l’Ucraina anche sul piano militare, come conferma la risoluzione presentata a Palazzo Madama, mentre il Movimento 5 Stelle denuncia l’approccio “fallimentare” dell’Italia e dell’Europa, accusando il continuo invio di armamenti di allontanare qualsiasi prospettiva di pace. Due impostazioni difficilmente conciliabili, soprattutto quando si passa dalle dichiarazioni di principio alle scelte concrete. Non a caso, le opposizioni si presentano all’appuntamento parlamentare con cinque risoluzioni separate. Altro che programma comune.
E pensare che Meloni, nel suo intervento, non risparmia neppure Donald Trump, definendo “molto rischiosa” l’intesa sul gasolio russo annunciata dal presidente americano. Il rischio, avverte il premier, è quello di legittimare Mosca, garantire nuove risorse alla macchina bellica di Putin e indebolire le sanzioni occidentali. Una presa di posizione che rafforza la coerenza della linea italiana sul sostegno a Kiev e smentisce la rappresentazione di un governo disposto a seguire automaticamente ogni scelta della Casa Bianca.
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Ma è soprattutto dalle parti del centrosinistra che l’intervento lascia il segno. Elly Schlein si ritrova ancora una volta davanti alla contraddizione che accompagna il progetto del campo largo: da una parte i riformisti che riconoscono nella difesa dell’Ucraina un principio irrinunciabile, dall’altra il Movimento 5 Stelle che continua a contestare la strategia degli aiuti militari. E in mezzo una segretaria costretta a tenere insieme posizioni divergenti nella speranza di trasformarle in un’alleanza di governo.
Il risultato è paradossale: sull’Ucraina una parte del Pd trova più naturale applaudire Meloni che condividere la linea di Conte. E se bastano poche frasi sulla difesa di Kiev per far emergere tutte queste distanze, viene da chiedersi come il campo largo possa pretendere di parlare con una voce sola quando si tratterà di prendere decisioni di politica estera. Per il momento, l’unica cosa davvero larga sembra essere la distanza tra gli alleati.
Massimo Balsamo, 14 ottobre 2026
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