I responsabili del disastro di Milano non sono solo i diavoli dell’esercito di barbari che lo scorso weekend si son divertiti a razziare e devastare le vie del centro, sono anche i re e le regine che dall’alto dei loro scranni propagandano il ripudio del concetto di patria e Nazione, non vogliono tutelare e difendere la loro identità (che di per sé non implicherebbe il non convivere pacificamente con l’altro), non conoscono i confini e, da alfieri del globalismo, chiedono di lasciare entrare i cavalli di Troia dell’islamismo.
I responsabili dello sfacelo di Milano sono soprattutto coloro i quali han passato decenni a deridere le nostre radici culturali, a scambiare il disprezzo per spirito critico. L’unico prodotto che hanno ottenuto è la devastazione, l’illegalità, il degrado.
Di ispiratori ideologici che alimentano l’odio e che giustificano i criminali, in Italia ne abbiamo a bizzeffe. Sono quelli che anche oggi, all’indomani delle violenze andate in scena nel folle weekend delle grosse città del Nord Italia, dai salotti perbene blaterano di disagio giovanile, mancata integrazione e raccontano quanto fosse legittima la protesta invitando a non concentrarsi sui metodi. La realtà è ben diversa, ovviamente: di protesta là dentro non c’era niente, non un motivo vero e neanche l’ombra di un argomento da far sentire al Paese. C’era invece la deliberata intenzione di far casino, il più possibile, da parte dei protagonisti assoluti della guerriglia urbana: gli immigrati di seconda e terza generazione, duemila maranza impazziti a volto coperto.
E i mentori ideologici che dovrebbero rispondere delle loro azioni, delle loro narrazioni, del loro soffiare sul fuoco delle fratture sociali, sono i principali interpreti della linea progressista europea in materia migratoria, i soliti personaggi della sinistra immigrazionista che per anni si è sperticata in lezioni di inclusività e finta integrazione.
Questa è emblematica: “I migranti oggi sono l’elemento umano, l’avanguardia di questa globalizzazione e ci offrono uno stile di vita che presto sarà uno stile di vita molto diffuso per tutti noi.” Predicozzo invecchiato malissimo, partorito nel 2014 da Laura Boldrini in un suo surreale (e ormai celebre) intervento, uno dei tanti sermoni sul suo cavallo di battaglia politico contenutistico preferito. “Dobbiamo dare l’esempio concreto di una cultura dell’accoglienza come un nostro valore a 360 gradi che sappia misurarsi con la sfida della globalizzazione. Una sfida che porta anche una maggiore opportunità di circolazione delle persone perché nell’era globale tutto si muove”, spiegava l’ex Presidente della Camera.
Col senno di oggi, questa dichiarazione è surreale: riflette un grado ideologico estremo, che ignora le più ovvie e banali conseguenze dell’immigrazionismo forzoso; in fase di montaggio, la registrazione audio di questo estratto video starebbe a meraviglia come accompagnamento sonoro delle immagini post-apocalittiche della guerriglia del Duomo. Il mondo al contrario.
Tienilo per te questo stile di vita selvaggio, Boldrini. Ma a chi vuoi raccontarla? Prima avete lasciato che ci invadessero, adesso ce li scagliate contro: lo abbiamo visto bene come “tutto si muova nell’era globale“, abbiamo visto come si muove il flusso incessante che dal Nordafrica arriva in Europa. A Milano, e in tante città del Nord Italia, il modello è ormai quello del degrado delle banlieue francesi: abbiamo visto benissimo come questa “avanguardia” da no-borders si auto-ghettizzi, come rifiuti l’integrazione, come per scelta rivendichi il suo essere straniera, come sfili con le bandiere del Marocco e dell’Algeria, come schifi questo Paese, come concepisca il tema della conquista politico-religiosa più che quello della convivenza sociale pacifica, come dis-integri tutto quel che trova.
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Si sono mostrati in modo eclatante e rumoroso, col clamore della guerriglia che ha ben reso l’idea del degrado e dell’illegalità che a causa di certe politiche ideologiche scriteriate in Italia viviamo da decenni, anche quando i singoli episodi – mai isolati – non fanno notizia.
E questo Paese è l’esempio della cultura dell’accoglienza per antonomasia: proprio per questo, che gli “accolti” a cui paghiamo lo stato sociale da sempre e a cui offriamo fiori di opportunità ci portino la guerra in casa, non è contemplabile. Accoglienti sì, fessi no.
Francesco Catera, 20 ottobre 2026
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