Alla fine non resteranno le discussioni sul bilancio europeo, né i negoziati tra i Ventisette, né le consuete schermaglie di Bruxelles. La giornata politica è stata divorata da Donald Trump. E soprattutto da ciò che le sue parole raccontano sui rapporti con Giorgia Meloni.
La cronaca la conosciamo. Le battute del presidente americano, la replica furiosa della premier, la polemica esplosa nel giro di pochi minuti tra Washington e Bruxelles. Tutto già visto, letto e discusso. Ma il punto politico è altrove. Perché l’uscita di Trump non rappresenta soltanto un incidente diplomatico. Demolisce, forse definitivamente, la narrazione che Palazzo Chigi aveva costruito dopo il G7 canadese: quella di un rapporto ormai ricucito tra la leader italiana e il presidente americano.
Solo quarantotto ore fa Meloni aveva descritto un clima completamente diverso. Accanto a Trump aveva scherzato: “Siamo sempre stati amici”. Poi, davanti ai giornalisti, aveva spiegato di aver ritrovato un rapporto “immutato”, senza recriminazioni e senza strascichi dopo le tensioni degli ultimi mesi. “Ho trovato il rapporto immutato. Non ci sono state recriminazioni, né abbiamo parlato di quanto successo: abbiamo un carattere abbastanza forte, entrambi difendiamo con determinazione l’interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo. Siamo ripartiti su quello che si può fare nei prossimi mesi”.
Parole che oggi suonano lontanissime. Perché Trump non si è limitato a prendere le distanze. Ha scelto la derisione. Una categoria politica diversa e molto più difficile da gestire. Una cosa è uno scontro tra alleati. Un’altra è essere trasformati nel bersaglio di una battuta pubblica. Ecco perché la reazione della premier è stata immediata. Nessuna attesa, nessuna diplomazia, nessun tentativo di minimizzare. Meloni ha lasciato i lavori del Consiglio europeo e ha deciso di rispondere direttamente. “Certe cose meritano una risposta immediata: le dichiarazioni di Donald Trump sono dichiarazioni totalmente inventate, sono francamente allibita”. Poi l’affondo che, probabilmente, fotografa meglio di ogni altra frase lo stato d’animo di Palazzo Chigi. “Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati, non è per il resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti. Ma una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia non imploriamo mai!”.
La risposta non è passata inosservata. Anzi. Nel giro di poche ore è arrivata la telefonata di Sergio Mattarella. Ignazio La Russa ha parlato di parole “chiaramente false” e di un “evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del Tycoon”. Lorenzo Fontana ha espresso solidarietà alla presidente del Consiglio. Ma il gesto politicamente più significativo è probabilmente quello di Antonio Tajani. Il ministro degli Esteri ha cancellato la missione negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno, spiegando che le parole del presidente americano sono offensive nei confronti di Giorgia Meloni e dell’Italia intera. Un segnale che va ben oltre la semplice polemica mediatica.
Nel frattempo, quasi paradossalmente, la premier ha ricevuto sostegno da leader che spesso siedono dall’altra parte della barricata politica europea. Emmanuel Macron si è detto “sorpreso” dall’attacco del presidente americano e Pedro Sanchez ha espresso solidarietà sia pubblicamente sia privatamente. Un fatto curioso. Nel momento in cui Trump attacca Meloni, a difenderla arrivano proprio alcuni dei leader europei con cui negli ultimi anni ha avuto i rapporti più complicati.
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Dietro le quinte, però, prende corpo anche un’altra lettura. Tra i collaboratori della premier circola il sospetto che non sia casuale la scelta del luogo e dell’interlocutore. L’affondo è arrivato infatti attraverso La7, rete che molti esponenti della maggioranza considerano tradizionalmente vicina all’opposizione. Un dettaglio che, evidenzia Repubblica, sarebbe ben conosciuto sia da Trump sia dal suo entourage attraverso Paolo Zampolli.
Retroscena, forse. Dietrologia, probabilmente. Ma indicativi del clima che si respira attorno alla vicenda. Resta il dato politico. Per mesi Palazzo Chigi ha lavorato per raccontare Meloni come il principale ponte europeo verso il nuovo presidente americano. Una leader capace di parlare con Washington meglio di Macron, meglio di Scholz, meglio degli altri governi continentali. Oggi quella immagine esce gravemente danneggiata. Perché quando un alleato ti critica si può discutere. Quando ti attacca si può reagire. Ma quando sceglie di ridicolizzarti davanti al mondo intero, il problema diventa molto più difficile da gestire. Ed è questo, probabilmente, il vero lascito della giornata.
Massimo Balsamo, 19 giugno 2026
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