Politico Quotidiano

Vannacci-Calabresi, due facce della stessa medaglia

L'ex generale e l'ex direttore di Stampa e Repubblica: due spine nel fianco di Meloni e Schlein

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Nei palazzi si tratta sulla legge elettorale e si diffida dei propri alleati: il voto segreto alla Camera potrebbe guastare la festa, e la Consulta potrebbe presentare il conto. Ma a raccontare i tormenti dei due schieramenti, meglio di tanti sondaggi, sono due nomi. A destra Roberto Vannacci rischia di far perdere chi governa. A sinistra Mario Calabresi, aspirante sindaco di Milano, agita chi vorrebbe tornare a governare. Due storie lontanissime, un effetto simile: dividono il campo al quale potrebbero portare voti. E costringono Meloni e Schlein a scegliere fra una coalizione più larga o una più obbediente. Ma se nei partiti i consensi sono sempre benvenuti, l’autonomia di chi li raccoglie assai meno. In mezzo c’è, come sempre, il prezzemolino Calenda, che a Roma sta con Meloni e a Milano con Calabresi.

Cominciamo dal generale. Liquidarlo come una parentesi folcloristica consola, ma non risolve. In politica anche gli «impresentabili», prima o poi, presentano il conto. Quello di Vannacci potrebbe arrivare sulla scrivania di Giorgia Meloni quando si discuteranno alleanze, candidature e collegi. È allora che i giudizi morali cedono il posto alla calcolatrice. Non servono percentuali a due cifre. In una competizione equilibrata basta molto meno per decidere chi entra a Palazzo Chigi e chi resta sul marciapiede. La domanda, dunque, non è quanto crescerà il generale, ma dove porterà i suoi voti. Da solo, sottraendoli soprattutto al centrodestra? Dentro un accordo, pretendendo seggi e riconoscimento? Oppure sulla soglia fino all’ultimo, posizione scomodissima per gli altri e assai redditizia per chi la occupa?

Per Meloni, che lo amava molto quando faceva il generale – a differenza di Crosetto che, al solito, l’aveva vista lunga – il dilemma è questo: senza Vannacci potrebbe non vincere; con lui potrebbe ritrovarsi una maggioranza molto più difficile da governare. Ma lei giura, per ora, che piuttosto che allearsi con Vannacci, tornerebbe all’opposizione. In Fratelli d’Italia, altresì, c’è già chi studia un’intesa elettorale. Anche se su Ucraina, Russia ed Europa le differenze tornano a bussare ogni mattina. E il conto arriva anche a Bruxelles.

Per Salvini c’è un fastidio supplementare: il generale che lo ha tradito platealmente pesca nel suo stesso bacino, oltre in quello dell’ultradestra. Quando un competitor parla ai tuoi elettori con toni ancora più netti, la rincorsa presenta due rischi: perdere voti restando fermi, perdere credibilità cambiando posizione a ogni curva. Il Capitano conosce il repertorio. Stavolta, però, il megafono lo impugna anche un altro.

Poi c’è Milano, dove le due storie finiscono persino per sfiorarsi. Il centrodestra fatica a formalizzare una candidatura che tuttavia sembra ormai decisa. Si sono pizzicati persino La Russa e Meloni sul nome di Maurizio Lupi, maratoneta di lungo corso, con fiato e pazienza anche per gli alleati. Antonio Tajani, invece, tira fuori dal cilindro Matteo Perego di Cremnago, sottosegretario alla Difesa, per il grande pubblico ancora un carneade. Viene dal cappellificio di famiglia: almeno il cilindro è del mestiere. Vannacci ha già indicato il generale Carmelo Burgio. Un altro militare a presidiare uno spazio lasciato libero dalla politica.

L’assalto del generale parte però dalla Calabria, dove il 27 e 28 settembre Vannacci punta sull’ex azzurro Domenico Giannetta e sogna una Reggio trasformata in «Sassonia futurista». Se Futuro Nazionale superasse Forza Italia in una roccaforte berlusconiana, il messaggio sarebbe chiaro: la destra identitaria vuole accomodarsi a capotavola. E ai moderati toccherebbe stringersi. Intanto, alle manovre di Cernobbio, il generale ha già conquistato una posizione: invitato a confrontarsi con Mario Monti, ha scoperto che nei salotti più selettivi, quando cominci a pesare, una poltrona si trova. L’impresentabilità, evidentemente, si cura con un accredito.

Con gli avversari ancora alle prese con la candidatura, le primarie del centrosinistra rischiano di diventare la vera partita per Palazzo Marino: chi le vincesse potrebbe ritrovarsi con un piede e mezzo nell’ufficio del sindaco. E quando la candidatura assomiglia già a un’investitura, ogni movimento diventa una questione di potere. I pretendenti abbondano. Nell’area più centrista, accanto a Calabresi, figura la vicesindaca Anna Scavuzzo. Più a sinistra c’è Pierfrancesco Majorino, mentre una parte dei Cinque Stelle rilancia il brillante giornalista del Fatto Quotidiano Gianni Barbacetto, che indossa lo smoking meglio di Clooney.

Calabresi in tour ormai nelle feste dell’Unità aprirebbe una partita diversa. Il suo profilo potrebbe parlare anche a chi non frequenta sezioni e assemblee. Un candidato capace di raccogliere consenso fuori dal recinto del partito potrebbe infatti scoprire di non aver bisogno del permesso della segreteria per ogni passo. A quel punto, i flop alla direzione della Stampa e soprattutto di Repubblica passerebbero in secondo piano. Resta la sostanza: quanto spazio è disposto a concedere il Pd a una candidatura che allarghi la coalizione senza dipendere interamente dal partito?

Calabresi porta inoltre un cognome che appartiene alla storia dolorosa della Repubblica. Suo padre Luigi, commissario di polizia, fu assassinato nel maggio 1972. Nel giugno dell’anno precedente, sull’Espresso, una lettera aperta contro di lui aveva raccolto centinaia di firme. Tra questi, mammasantissima della cultura e del giornalismo come Umberto Eco, Norberto Bobbio, Alberto Moravia, Federico Fellini ed Eugenio Scalfari. Ma Calabresi figlio va giudicato per le sue proposte. Il suo cognome, semmai, offrirebbe alla sinistra un’occasione per guardare quella vicenda senza reticenze e senza processi ereditari.

Allora una proposta, anche provocatoria: perché chi sottoscrisse quell’appello e oggi ne riconosce l’ingiustizia non promuove un gesto pubblico di scuse? Una manifestazione della memoria e della responsabilità, senza bandiere e senza arruolare Mario Calabresi in una cerimonia elettorale. Per chiedere scusa non occorrono primarie. Basta una penna, come allora. Paolo Mieli, autore del bestseller Il grande inganno quella firma, l’ha affrontata pubblicamente: «Mi vergogno di quell’appello». Parole che gli fanno onore.

Ecco le due spine: Vannacci porta al centrodestra voti che possono costare cari; Calabresi chiede al centrosinistra quell’apertura che tutti predicano, purché nessuno ne approfitti davvero. Meloni deve calcolare quanto le costerebbe imbarcare il generale e quanto lasciarlo a terra. Schlein quanto spazio concedere a un candidato capace di camminare con le proprie gambe. Nei palazzi il sospetto scatta proprio lì: quando qualcuno porta voti senza consegnare anche il guinzaglio.

Luigi Bisignani per Il Tempo 13 settembre 2026

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