Mentre il centrodestra si prepara alla prossima sfida elettorale, una domanda comincia a imporsi nei palazzi della politica e nelle segreterie dei partiti della coalizione: che fare con Roberto Vannacci? Accoglierlo stabilmente nell’alleanza oppure isolarlo, tentando di arginarne la crescita? È questo il vero dilemma che si sta delineando in vista della prossima legislatura.
Per anni il centrodestra ha costruito la propria forza sulla capacità di tenere insieme sensibilità diverse: conservatori, liberali, riformisti, autonomisti. Oggi, però, l’ascesa di Vannacci e del suo movimento Futuro Nazionale rischia seriamente di rimettere in discussione equilibri consolidati. Non si tratta più soltanto di un fenomeno mediatico o di una candidatura personale. I sondaggi attribuiscono a Vannacci una crescente capacità di attrazione elettorale, soprattutto in quell’area identitaria e patriottica che rappresenta una componente significativa dell’elettorato di centrodestra.
Da qui nasce il problema. Ignorare Vannacci o considerarlo un corpo estraneo potrebbe significare consegnare alla coalizione una nuova e insidiosa concorrenza interna, capace di sottrarre voti decisivi. Al contrario, aprirgli le porte comporterebbe uno spostamento del baricentro politico verso posizioni più marcatamente identitarie, con tutte le conseguenze che ciò potrebbe avere sugli equilibri tra gli alleati.
Le recenti parole del capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, fotografano bene il livello dello scontro. Molinari accusa Vannacci di avere tradito la Lega, di attaccare quotidianamente il partito e il Governo e di rappresentare, paradossalmente, un alleato della sinistra. Ma soprattutto individua una distanza culturale e politica profonda. Da una parte la Lega delle autonomie, del federalismo e del radicamento territoriale; dall’altra un progetto nazionale e centralista che Molinari considera incompatibile con la tradizione leghista.
Al veto leghista si aggiunge inoltre quello che, secondo numerose indiscrezioni, sarebbe maturato negli ambienti vicini alla famiglia Berlusconi. Marina, la primogenita del Cavaliere, vedrebbe infatti con preoccupazione un ulteriore spostamento dell’asse della coalizione verso destra, temendo che una crescita del peso politico di Vannacci possa finire per marginalizzare la componente moderata rappresentata da Forza Italia. Una presa di posizione che conferma come la questione Vannacci non sia più soltanto un problema interno alla Lega, ma un tema che investe l’intero centrodestra.
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Se Futuro Nazionale dovesse continuare a crescere, la coalizione si troverebbe infatti davanti a una scelta obbligata: includere Vannacci nell’alleanza oppure accettare il rischio di non disporre dei numeri necessari per governare da solo. È qui che il dibattito assume una dimensione più ampia. Perché la questione, è evidente, non riguarda soltanto i rapporti tra Vannacci e quello che fu il suo partito. Riguarda la possibilità stessa che il centrodestra possa presentarsi come una coalizione autosufficiente nella prossima legislatura.
Se il veto nei confronti di Vannacci dovesse prevalere e se Futuro Nazionale confermasse il proprio radicamento elettorale, lo scenario delle larghe intese tornerebbe inevitabilmente sul tavolo. In altre parole, l’esclusione di Vannacci potrebbe rendere più difficile la costruzione di una maggioranza politicamente omogenea e aprire la strada a formule di governo più ampie e trasversali.
Per questo la domanda che attraversa il centrodestra è destinata a diventare sempre più pressante nei prossimi mesi. Non è soltanto una questione di leadership o di simpatie personali. È una questione di numeri, di strategia e di prospettiva politica. Vannacci o non Vannacci, questo è il dilemma. E dalla risposta potrebbe dipendere non soltanto il futuro della coalizione, ma l’intero assetto politico del Paese.
Salvatore di Bartolo, 8 giugno 2026
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