C’è una parola che, più di altre, fotografa lo stato dell’opposizione: irrilevanza. Non perché manchino le polemiche — anzi, abbondano — ma perché tutto il resto latita. Leadership, visione, progetto. E perfino il tanto evocato campo largo assomiglia sempre più a un parcheggio affollato dove ognuno suona il clacson per conto proprio. Partiamo dai numeri, che hanno il brutto vizio di essere testardi. L’analisi dell’Istituto Noto Sondaggi sul Giornale è una doccia fredda per chi sperava di trasformare il referendum in una clava politica contro il governo. Non è successo nulla. Zero. Il consenso resta lì dov’era, inchiodato al 41%. Né scosse, né onde d’urto, né tantomeno quel “primo tempo delle politiche” che qualcuno sognava.
Il punto è semplice: gli italiani distinguono. Votano su un quesito e poi, quando si tratta di scegliere chi deve governare, tornano alle loro appartenenze. Più del 90% degli elettori — sia da una parte che dall’altra — resta fedele alla propria coalizione. Tradotto: il referendum non ha spostato un voto. Non ha punito il centrodestra. E soprattutto non ha premiato la sinistra. E qui iniziano i problemi veri. Perché mentre il centrodestra resta fermo — nel bene e nel male — il cosiddetto campo largo continua a muoversi sì, ma in ordine sparso. Senza una guida, senza una linea comune e, soprattutto, senza un’idea condivisa di futuro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un eterno congresso a cielo aperto, dove ogni giorno qualcuno attacca qualcun altro.
L’ultimo episodio è emblematico. Da una parte Giuseppe Conte, dall’altra il Partito Democratico. In mezzo, il caso del pranzo con Paolo Zampolli, uomo vicino a Donald Trump. Una vicenda che, in un campo politico solido, sarebbe stata gestita con una telefonata. Qui invece diventa un regolamento di conti pubblico. Il senatore Filippo Sensi affonda il colpo: Conte sarebbe ormai un leader di destra che parla con la destra. Poi arriva Francesco Boccia e rincara: “Non lo conosciamo. E viviamo bene così”. Traduzione: scarico totale. Politico e personale.
È il festival dell’incoerenza, ma anche della competizione interna. Perché il punto vero non è Zampolli. Il punto è che Conte sta provando a prendersi la leadership del centrosinistra, insidiando Elly Schlein. E il Pd, invece di costruire un’alternativa, si difende a colpi di dichiarazioni al vetriolo. Nel frattempo si parla di primarie, di “piattaforme di valori”, di programmi futuri. Tutto molto bello, sulla carta. Ma nel mondo reale — quello dei sondaggi — non si muove una virgola. Ed è qui che il dato demoscopico diventa politico. Perché certifica una verità scomoda: senza leadership, senza coesione e senza una proposta credibile, non basta nemmeno un referendum per cambiare gli equilibri.
La sinistra, oggi, non perde. Semplicemente non incide. Non sposta consenso. Non intercetta voto. Non costruisce alternativa. E mentre discute di chi debba guidarla, gli elettori hanno già deciso di restare dove sono. In politica, più che le sconfitte, pesano le occasioni mancate. E questa — numeri alla mano — lo è stata in pieno.
Franco Lodige, 2 aprile 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


