
Questa è una breve rassegna stampa in cui riporto articoli scientifici e notizie varie su temi ambientali che hanno scarsa o nulla rilevanza sui media più diffusi, perché si discostano dal mainstream ambientalista. Ancora una volta invito a leggere o rileggere il libro La grande bugia verde, perché la maggior parte delle notizie e pubblicazioni scientifiche che riporto non fanno altro che confermare e rafforzare quanto già scritto da Nicola Porro.
Leggi qui la parte 1.
Are Climate Model Forecasts Useful for Policy Making? Effect of Variable Choice on Reliability and Predictive Validity
(Le previsioni dei modelli climatici sono utili per la definizione delle politiche? Effetto della scelta delle variabili sull’affidabilità e la validità predittiva)
Kesten C. Green¹, Willie Soon², ¹UniSA Business and Ehrenberg-Bass Institute, University of South Australia, ²Institute of Earth Physics and Space Science (HUN-REN EPSS), H-9400 Sopron, Hungary; Center for Environmental Research and Earth Sciences, Salem, Massachusetts, 01970, USA
L’articolo scientifico sottolinea l’importanza di valutare i modelli climatici non solo per la loro aderenza statistica, ma per la loro capacità di fornire previsioni accurate fuori dal campione di stima, rispetto a modelli alternativi e a un benchmark semplice.
L’IPCC utilizza modelli che prevedono l’aumento della temperatura globale basandosi principalmente sulle emissioni di CO2 antropiche, con effetti moderati da eruzioni vulcaniche e variazioni solari. Ma confrontando le previsioni fuori campione con modelli che escludono l’influenza umana e includono variabili solari indipendenti, si scopre che:
• I modelli solari indipendenti riducono gli errori di previsione rispetto al benchmark in tutti gli otto scenari testati.
• I modelli antropogenici dell’IPCC riducono gli errori solo in tre scenari su otto, producendo errori estremi nella maggior parte dei casi.
• Esiste una correlazione negativa (-0,30) tra aderenza statistica e accuratezza previsionale.
L’inaffidabilità dei modelli antropogenici li rende inutili per le decisioni politiche. Anche i modelli validati in questo studio potrebbero non battere previsioni naïve per l’incertezza sui valori futuri delle variabili causali. L’accuratezza fuori campione, non l’aderenza statistica, dovrebbe guidare la scelta dei modelli. Ulteriori test potrebbero identificare soluzioni migliori.
India Rejects Carbon Tax, Backs Fossil Fuels and Trade in Defiance of Green Policies
(L’India rifiuta la tassa sul carbonio, sostiene i combustibili fossili e il commercio, sfidando le politiche verdi)
di Vijay Jayaraj¹
¹ L’autore possiede un M.S. in Environmental Sciences dalla University of East Anglia e un postgraduate degree in energy management dalla Robert Gordon University, Regno Unito, e un bachelor’s in engineering dall’Anna University, India.
L’India si oppone con forza alle pressioni di ONU ed Europa per adottare politiche climatiche, in particolare le tasse sul carbonio (CBAM), percepite come un attacco ai paesi in via di sviluppo. Il ministro Piyush Goyal ha definito tali misure “sciocche”, specie verso paesi amici come l’India. Nonostante un accordo commerciale con il Regno Unito che promette un incremento di oltre 33 miliardi di dollari, eliminando dazi sul 99% delle merci indiane, il Regno Unito imporrà dal 2027 una tassa sul carbonio su acciaio, cemento e alluminio indiani. L’UE farà lo stesso nel 2026, con tariffe del 20-35%, aumentando i costi per gli esportatori indiani (e per noi, ndr), come Tata Steel, e riducendo i margini di profitto.
L’India denuncia queste tasse come “virtue signaling” che penalizza i paesi in via di sviluppo per l’uso di combustibili fossili, fondamentali per la crescita economica, come lo furono per l’Occidente. Il carbone, che genera oltre il 70% dell’elettricità indiana, è vitale per l’industrializzazione e l’obiettivo di un’economia da 5 trilioni di dollari entro il 2027. L’India rifiuta la narrazione allarmista, sostenendo che il CO2 non è un tossico, ma un gas essenziale alla vita. L’UE e il Regno Unito rischiano di perdere terreno in una battaglia commerciale dominata dall’Asia.
EU’s ETS-2 Climate Tax: A Costly Green Nightmare Hits in 2027
(La tassa climatica ETS-2 dell’UE: un costoso incubo verde in arrivo nel 2027)
di Hendriëlle de Groot [18]
Dal 2027, l’UE scatenerà un salasso economico con l’ETS-2, una tassa climatica che farà schizzare i costi di trasporti, riscaldamento e abitazione, strangolando la libertà personale. Benzina, bollette e servizi diventeranno un lusso, mentre Bruxelles stringe il cappio della burocrazia verde. L’ex eurodeputato Rob Roos avverte che è solo l’inizio: dopo case e auto, la tassa colpirà cibo (latte, carne), vestiti e voli, con l’ombra di un “budget CO2” che limiterà le scelte individuali.
L’ETS-2, parte del “Fit for 55” del Green Deal, obbligherà le aziende di carburanti ed energia ad acquistare certificati CO2, costi che ricadranno sui consumatori. Un idraulico con 20 furgoni o un proprietario di casa vedranno lievitare le spese: una villetta a schiera pagherà 435 euro in più all’anno, fino a 670 per una casa unifamiliare. E i prezzi saliranno ancora, mentre Bruxelles prosciuga la classe media, rendendola schiava di sussidi e sorveglianza.
Questa tassa è un furto economico e un colpo alla democrazia: l’UE centralizzerà il potere, incassando proventi senza controllo democratico, mentre gli Stati membri perderanno sovranità sull’energia. Roos denuncia il silenzio mediatico e l’indottrinamento trentennale sul clima, ormai una religione dogmatica. L’economista Hans Labohm la definisce una “garrota economica” che soffoca potere d’acquisto, imprese e buonsenso, spingendo aziende a delocalizzare e cittadini in povertà energetica. Mentre l’UE si ostina in questa follia ideologica, il clima scivola in basso nelle priorità dei cittadini, ma Bruxelles continua a imporre il suo credo verde.
In aggiunta, l’ETS-2 è l’ennesima barriera commerciale che ridurrà la competitività dell’UE, senza benefici ambientali tangibili. L’UE emette il 7% delle emissioni antropiche globali, che sono il 6% di quelle totali (naturali + antropiche), ossia lo 0,42% del totale della CO2 emessa annualmente (dati IPCC e Global Carbon Project). E l’idea che la CO2 antropica non sia compensata naturalmente è discutibile: ad esempio, l’aumento globale della vegetazione e il principio di Le Châtelier suggeriscono meccanismi di compensazione. Non c’è da stupirsi se l’ETS-2 sembri, per molti, l’ennesimo affare green da schema Ponzi, che ci impoverisce mentre si sbandiera il mantra: ‘Salviamo il pianeta!’
Carlo MacKay, 31 maggio 2025
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