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Prove di regime (e di idiozia)

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Simone di Meo su La Verità ci ha informato di certe cenette a casa Venditti, il cantautore di sinistra, ospiti artisti, toghe e lo zingarettiano Michele Baldi, ora lambito dalle intercettazioni in merito al presunto scandalo delle nomine pilotate al Csm, quello di Palamara. Al desco, Verdone, Favino eccetera. Ma siamo uomini di mondo, sappiamo che più sono di sinistra, più fanno le canzoni su Berlinguer e i monologhi sui migranti e più s’intrattengono tra privilegiati. Fatto sta che Favino è quello che non si perita di dire: ah, io non esco fino a che il governo non mi autorizza, io obbedisco. A chi? A Zingaretti? Bravi, statevene a casa, a volte fate meno danno. Ma cos’è che il governo autorizza?

La notizia del calo di contagi pare aver quasi indispettito i virologi-utilité e lo stesso governo, dal Viminale arriva una prevedibile minaccia: troppa gente in giro, pronta una nuova stretta. Troppa gente? Favino e compagni staranno anche nelle loro magioni vista Colosseo, ma altri hanno bisogno di lavorare, di vivere per non uscire pazzi, per non ridursi come quel negozio che a inizio lockdown aveva il cartello petaloso, “andrà tutto bene”, e adesso ce n’è un altro: “vendesi per cessata attività”.

Cosa è che autorizza il governo? Poco e malamente, quello che ha “autorizzato” è in realtà la presa d’atto che parte della cittadinanza, quella che ragiona, quella che non proietta sul coronavirus le proprie ataviche pulsioni di morte, si è ribellata. Per questi si annuncia “pronta una nuova stretta”. Perché c’è altro tempo da prendere, in attesa di capire che farà Renzi, che farà Mattarella (se mai farà qualcosa). Il lockdown, la cattività, è funzionale ai giochi di palazzo, al comitato di salute pubblica, non certo alla salute collettiva.

Cosa è che consente il governo? Le multe. Multe, contravvenzioni a chi in totale solitudine porta fuori il cane: è successo, il primo di maggio, alla ambientalista Daniela Martani, fermata e sanzionata perché sorpresa da due guardie municipali con la sua cagnolina lungo una pista ciclabile alla Balduina: trattata come un pericolo pubblico, in una zona dove un accampamento rom indisturbato da anni razzia l’impossibile. Multe di gregge a Milano, dove è stato travolto il diritto a riunirsi sancito nella Costituzione: ristoratori, commercianti che pacificamente protestavano dietro le loro mascherine, raggiunti dalla Digos, che è la polizia dell’antiterrorismo, multati uno per uno, evidentemente dietro input dall’alto.

Multe a Roma, a Bologna, ma non per centri sociali e “anpini”, e perfino in mezzo al mare Adriatico: hanno multato un sub, poi un altro che pagaiava da solo, lui e i gabbiani. A Torino a un barista che portava 3 caffè al Monte di Pietà che gli sta davanti sono costati 400 euro: i vigili urbani si sono attorcigliati intorno al cavillo tra asporto e domicilio, una cosa indecente. Non siamo al regime?

No, secondo i rottami firmaioli di Lotta Continua, i Revelli, i Bonaga cresciuti a pane e sovversivismo che fanno appelli per dire: guai a disobbedire a Conte, guai ad esserne scontenti. Con tutto quello che ha fatto. Ma non ha fatto niente e se ne scusa perfino. Non siamo al regime? E poi gli strani blocchi, le ambigue manovre sui profili Twitter dei dissidenti: Marco Gervasoni, Francesca Totolo, nel suo piccolo anche chi scrive. Mentre su Facebook pare sia stata cancellata d’imperio la pagina del dottor De Donno che a Mantova ha avuto successo con la terapia sierologica. Forse perché Zuckerberg insieme a Bill Gates risulta interessato al big business del vaccinone. Non siamo al regime?

Der Kommisar Arkuri, uno poco ferrato in quello che fa ma molto nelle pubbliche relazioni, voleva calmierare il prezzo delle mascherine: subito sparite dal mercato, voleva stornare l’Iva ma l’Iva è rimasta e si capisce, dato che, secondo il Codacons, ogni giorno lo stato lucra 4,8 milioni di euro dall’Iva sulle mascherine. Dirigismo e menzogna vanno a braccetto, è uno dei capisaldi dei regimi comunisti. Siamo al ribaltamento di ogni verità e di ogni buon senso, la libertà come dimensione superflua, da infamare, chi pretende di non arrendersi, di tornare a lavorare, a creare ricchezza irriso, sputtanato dai guitti di regime a sussidio statale, dai commentatori organici, dal museo delle cere dell’antagonismo sessantottino e settantasettino. “Oggi la vera libertà è obbedire”, ha dichiarato il prof. Rovelli, figlio di capo partigiano. Obbedire al regime giusto.

Ma il massimo arriva dalla Francia, dove l’attrice snob Juliette Binoche s’è inventata un appello demenziale cui subito ha aderito parte della piccola intellighenzia mondiale e italiana alla vaccinara. Va citato parola per parola, ripreso da un lancio Ansa. L’appello è significativamente intitolato “Contro il ritorno alla normalità”, sottoscritto da “duecento artisti e scienziati di tutto il mondo – fra i quali Paolo Sorrentino, Monica Bellucci, Madonna e Robert de Niroi quali auspicano, ma meglio sarebbe dire pretendono, “una trasformazione radicale” del sistema contro il “consumismo”. “Ci sembra inimmaginabile ‘tornare alla normalità'” scrive il collettivo di artisti e scienziati nella tribuna sul quotidiano, lanciata per iniziativa dell’attrice francese Juliette Binoche e dell’astrofisico francese Aurélien Barrau.

Secondo i firmatari, la pandemia è una “tragedia” ma “la crisi ha il vantaggio di invitarci a far fronte alle domande essenziali”. “Il problema è sistemico” ritiene il gruppo di personalità, fra le quali Jane Fonda, Cate Blanchett, Marion Cotillard, Peter Brook, Marianne Faithfull. “La catastrofe ecologica in corso – si legge nel testo – fa parte di una ‘metacrisi'” poiché il “consumismo ci ha portati a negare la vita stessa: quella dei vegetali, degli animali e quella di un gran numero di umani. L’inquinamento, il riscaldamento e la distruzione degli spazi naturali portano il mondo a un punto di rottura”.

Gli artisti e gli scienziati firmatari lanciano un appello “solenne” ai “dirigenti e cittadini” a “uscire dalla logica insostenibile che ancora prevale, per lavorare a una profonda rifondazione degli obiettivi, dei valori e delle economie”. Una “trasformazione radicale si impone – scrivono – a tutti i livelli”, ma essa “non ci sarà senza un impegno massiccio e determinato” perché “è una questione di sopravvivenza, oltre che di dignità e di coerenza”. Il problema è sistemico, è di metacrisi consumistica, ci vuole una palingesi marxista. Firmato: De Niro, 40 milioni di dollari a film.

Madonna, che pretende di requisire ogni hotel dove passa e che le venga costruito ex novo un alloggio simile a casa sua anche se si ferma per una sola notte. Marianne Faithfull, musa dei Rolling Stones che negli anni ’60 di consumismo, di lusso sfrenato e baccanali si sfondò fino a perdere il senno. Monica Bellucci, dalla sua maison parigina. Jane Fonda, in gioventù chiamata “Hanoi Jane” per la sua miserabile fascinazione per il regime comunista vietnamita, oltre che per le Brigate Rosse italiane. Ha sposato il magnate della Cnn Ted Turner, ma non rinuncia a fare la paternale rivoluzionaria. E si spiega: i toni deliranti dell'”appello contro la normalità” sono puro brigatese, ricordano i farneticanti comunicati delle Br.

Concetti volatili, profezie senza corpo, ipocrisia tossica, e, tra le righe, quella voglia di tutto, qualsiasi cosa serva, anche la lotta armata per la “trasformazione radicale a tutti i livelli”. Quali livelli? Quelli delle società cambogiane o cubane vagheggiate dai movimenti terroristici degli anni Settanta, in piena epoca di riconversione robotica, tecnologica? Il ritorno alle pandemie vere, alla peste nera, alle selezioni virali che decimavano la popolazione del pianeta? Non c’è dubbio che primo firmatario ideale di un simile scempio gretesco potrebbe essere Bergoglio, ma tanta improntitudine da gente tanto immersa nel consumismo vizioso, è davvero miserabile.