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Prove di regime: l’emergenza come tecnica di governo

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Che i virologi e gli epidemiologi che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi siano generalmente più sensibili al fascino del potere che a quello della scienza lo abbiamo sperimentato ampiamente. Che però Walter Ricciardi rappresenti un caso a sé e impersoni il più tradizionale ruolo di “medico di regime”, di cui è piena la storia, ci si è subito appalesato leggendo il suo curriculum. Con una nulla o scarsa pratica clinica alle spalle, il nostro sembra essere passato direttamente dal set frequentati da giovane come attore alle stanze del potere ove si decidono, a livello non solo nazionale, le sorti della salute pubblica.

Memorabili le sue gaffe, che tali probabilmente non sono, come quella di quando usò su Twitter, un social con cui ha una certa familiarità, l’arma dell’insulto contro Donald Trump. In quel caso persino l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che dai fondi americani dipende, fu costretta a prendere le distanze e a invitarlo a non parlare a suo nome. Una presunta gaffe è anche quella che lo ha visto protagonista ieri di buona mattina, quando dai microfoni di Agorà ha detto che, “se la curva epidemica che si è rialzata” non sarà messa sotto controllo, a settembre “ci troveremo nelle condizioni” in cui sarà impossibile “andare a votare” e “riprendere la scuola”.

Che la gaffe presumibilmente non sia tale, lo si evince proprio dalla figura di “medico di regime” del suddetto signore. Il quale, nominato consulente del ministro Speranza per meriti tutti da dimostrare, senza nessuna legittimità democratica (nessuno lo ha mai eletto), ha l’ardore di parlare in prima persona plurale assegnandosi responsabilità di decisioni politiche che non solo non gli competono ma sono anche fortemente lesive delle libertà fondamentali. Se a ciò poi aggiungiamo che i dati ufficiali fatti circolare in questi giorni non hanno nulla di “scientifico”, perché, come i fatti per Nietzsche, anche i dati non esistono ma esistono solo le interpretazioni, e quella di Ricciardi è chiaramente ad usum delphini, il gioco è bello ed evidente ai nostri occhi.

Il nostro è stato probabilmente mandato in avanscoperta per gettare un sasso nello stagno e far sì che qualcuno, di nascosto come nella canzone di Jannacci, vedesse l’effetto che fa. Non sarà un regime il nostro, ma un “regimetto” si appresta certo ad esserlo, e Ricciardi, da scrupoloso funzionario di esso, ha eseguito un ordine di scuderia. Perché una cosa è sicura: il governo e le forze politiche che lo sostengono era lì che volevano arrivare, avendo una paura tremenda del voto popolare come dimostra persino l’accrocchio dell’“alleanza organica” preparato in fretta a furia a Ferragosto proprio a ridosso della scadenza per la presentazione delle liste. Prorogare lo stato d’emergenza, interpretare in un certo modo i dati del contagio, incutere attraverso gli uffici stampa ministeriali un vero e proprio “terrore sanitario” negli italiani, spostare il più tardi possibile elezioni che sarebbe stato logico svolgere già in luglio, sono tutte azioni che mirano ad un unico e solo fine: quello di non far esprimere gli italiani, del cui giudizio, come avviene in ogni regime, si ha una paura matta.

Nel correggere la “gaffe” (anche questo è un classico), Ricciardi ha peggiorato la situazione: ha infatti detto di essere stato frainteso perché non si riferiva all’Italia ma generalmente agli altri Paesi. In verità, questa strategia di governo delle democrazie non attraverso le istituzioni classiche dello Stato di diritto, ma attraverso l’emergenza, più o meno indotta, è una tendenza propria delle classi dirigenti nell’epoca della globalizzazione, Essa ha trovato nel coronavirus una opportunità non da poco per potersi sperimentare. Lo “stato d’eccezione”, susseguente a una emergenza, è infatti ciò di cui il potere tradizionale ha bisogno per conservarsi, o anche solo per realizzare i suoi fini strategici (ad esempio la riconversione industriale verso un mondo fondato sul digitale e su una malintesa sostenibilità).