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Psicodramma Calenda: dà agli elettori la colpa dei suoi fallimenti

Il leader di Azione è convinto i giochi politici non si facciano nelle urne ma nelle segreterie

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Ci vorrebbe la faccia dolente di Sergio Endrigo: il Terzo Polo appena cominciato, è già finito… E il suo demiurgo, Calenda, bastonato due volte nel giro di cinque mesi, torna a casa come Lassie: “Adesso si torni al partito unico”. Cioè al leninismo, alle notti dei lunghi coltelli, alle rese dei conti, alle carognate da Politburo, agli psicodrammi. Insomma a tutto ciò da cui era fuggito appena ieri. Tattica continua senza strategia, senza orizzonti e senza lo straccio di un’autocritica; non ci hanno votato, di chi la colpa? Degli elettori. Perfetto!

Questo Calenda è un fenomeno, il suo riformismo polare è impalpabile, incomprensibile, pare un monologo di Chiara Ferragni, ma lui ha sempre ragione e se lo bastonano alle elezioni ha ragione lo stesso, anzi ne ha pure di più: “Gli elettori decidono ma non hanno sempre ragione. Altrimenti non saremmo messi così”. Frase più scentrata, più inadeguata era difficile pronunciarla. Non hanno ragione? Non dovrebbero decidere? Che gli elettori siano soggetti a sbagliare è perfino tautologico, ma può un politico che di elettori ha un disperato bisogno trattarli così? Può perché lui, da politico improvvisato ma vecchio è convinto che i giochi non si facciano nelle urne ma nelle segreterie, poi alla plebe puoi darle da mangiare qualsiasi merda e la mangerà. Questo è il terzismo riformista.

Coi risultati che ne conseguono e una volta tanto è difficile sostenere che gli elettori abbiano preso un granchio: hanno bastonato sparafucile, venditori di fumo, pauperisti a Cortina, Masanielli da centro sociale e figli di ricchi cui hanno regalato un partito-triciclo, subito puntualmente scassato: c’è questa leggenda di Renzi e Calenda piccoli geni della politica, ma i cittadini, vedi un po’ a volte la stupidità, non se la sono mai bevuta: alla fine non è vero che il mondo rotoli senza senso e senza controllo, c’è una misteriosa forza che riconduce tutto alle giuste proporzioni, magari ci mette degli anni, ma lo fa. Coi Calenzies ha provveduto alla svelta.

Calenda sarà anche Azione, ma ha subito una contrazione che necessita di un’areazione, far circolare ossigeno, via, via. Azione Viva? No, erezione morta. Il terzo pollo di Renzi e Calenda “non è sexy”, come direbbe la Fagnani, e non lo era Letizia Moratti, questa trottola dei poteri forti che prima si scaldava con la Macarena elettorale, poi, a risultati miseri, ha puntato il dito sul “freddo cane”. La sensibilità è questa e unisce fané milanese a fané romano, un’ereditiera a un giovanottone reduce da un ruolo in uno sceneggiato, la cui mamma, regista di successo, è quella che difendeva Bibbiano col seguente ragionamento riformista: “I bambini non appartengono alle famiglie, sono dello stato”. Da cui una sorta di oscillazione del figliolo, ora modernista-progressista, ora trotzkista di risacca.

L’analisi post disfatta non è granché: “Sostengo da sempre che votiamo per ragioni sbagliate: appartenenza e moda”. Sempre quell’afflato pedagogico, le ragioni sbagliate, i cittadini che si sbagliano, che non colgono la bontà, la modernità del Carlo e lo rimandano ad kalendas. Succede a chi è nato e cresciuto nella bambagia, sì amore de mamma, c’hai raggione amore, però nun t’arrabbià che poi diventi brutto. Carletto, trombato perfetto, si contraddice ma non se ne avvede: vuol tornare al partito unico ma è già in rotta di collisione, in fase predemolitoria dell’unicità se è vero che dalle 15,01 di ieri ha preso a scambiarsi bombe d’insulti e sarcasmi col partito un tempo egemone: si rinfacciano le scissioni, le divisioni, le candidature situazioniste, le idee perdenti, non c’è niente su cui filino d’accordo. Tranne, forse, una cosa: la colpa non è mia, casomai vostra, ma soprattuto loro. Cioè di quegli stronzi che non ci votano più.

Non è facile oggi essere di sinistra, lo concediamo. La lunga marcia dei diritti si è esaurita nel crollo di un welfare troppo a lungo scambiato per diligenza da assaltare, le garanzie, le conquiste sociali sono involute in pretese da “bambini viziati della democrazia” quali quelle del maschietto col ciclo e della femmina con l’indennità di selfie, il ruolo di un partito riformista di sinistra nessuno sembra più sapere qual sia, l’opera di correzione, di argine del capitalismo industriale, bene o male riuscita nel dopoguerra della riconquista democratica, oggi col neoliberismo finanziario globale non ha più speranze; la sinistra, penalizzata da una stupida tradizione anti-americana, fatica persino a far capire ai suoi la differenza tra la opportuna difesa di un paese invaso e la presa di distanza da un capo balordo.

Ma diremmo che questa sinistra, polare o nostalgica o arrivista o neo-leninista che sia, non ci sta neanche provando. Mancano, sicuramente, i presupposti culturali, ma manca anche una ipocrisia virtuosa, tutta nel costume populista socialista: ieri gli elettori si blandivano e poi se del caso si bastonavano, oggi si umiliano in un modo rozzo, capriccioso, da privilegiato che pare ci goda a star sui coglioni. Vale per Calenda, vale per Renzi e vale per un Terzo Polo che, al termine della sua effimera esperienza, ancora con Endrigo potrebbe dire: il cielo non è più con noi/il nostro amore era l’invidia di chi è solo…

Max Del Papa, 14 febbraio 2023