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La guerra in Ucraina

Putin: “Pronto a trattare”. I motivi della svolta

Si apre uno spiraglio per le negoziazioni. I dubbi di Zelebsky e le mosse dello zar

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Ci sono dei segnali importanti. Niente di definito. Nulla di facilmente applicabile. Ma dei segnali arrivano da Odessa, da Mosca, da Kiev e da Mosca e Berlino. Ieri è stata la giornata delle telefonate tra Putin, Macron e Scholz. Dopo il dialogo telefonico con Mario Draghi, in cui il premier gli aveva chiesto di sbloccare i porti per il passaggio del grano, è con i leader di Germania e Francia che lo Zar sembra aver intavolato la vera discussione. Il presidente della Federazione Russa si è infatti detto disponibile a trovare una soluzione “per l’esportazione del grano, compreso quello che si trova nei porti del Mar Nero”.

I due colloqui telefonici, iniziati per volontà dei leader europei, miravano a sbloccare i 25 milioni di tonnellate di cereali e semi di girasole bloccate nei porti ucraini dall’inizio della guerra. Si tratta di forniture che non solo influenzano il mercato mondiale, con effetti inflazionistici anche nei Paesi occidentali. Ma che soprattutto rischiano di ridurre alla fame Paesi che dipendono interamente (o quasi) dalle esportazioni di Kiev: l’Egitto, l’Africa Subsahariana, il Pakistan, il Libano e altri Stati del Medio Oriente. L’Ue potrebbe offrirsi di mettere in piedi una missione navale per scortare il grano fuori dai porti ucraini.

Quello di Putin è ovviamente un ricatto. O forse sarebbe meglio chiamarla “una carta negoziale”. Vi serve più grano? Fermate l’invio “di armi da parte dell’Occidente” a Kiev che “rischia di destabilizzare la situazione e di aggravare la crisi umanitaria”. Se la fornitura di missili dovesse bloccarsi, in particolare di quelli a lungo raggio che gli Stati Uniti sembrano sul punto di spedire in Ucraina, allora Putin sarebbe pronto “a continuare i colloqui di pace con Kiev”.

Se lo Zar si è deciso davvero a trattare i motivi possono essere due. Primo: ha raggiunto una conquista territoriale sufficiente da poterla portare al tavolo con Kiev. Le truppe russe avanzano lentamente ma inesorabilmente sul Donbass, tanto che lo stesso Zelensky ha dovuto ammettere più volte che non crede di poter “riprendere l’intero territorio con l’esercito“. Se l’Ucraina decidesse di farlo, “perderemmo centinaia di migliaia di vite”. L’Ucraina spera di poter “ritornare al 24 febbraio” per poi “difendere il nostro Paese con la diplomazia”, il che significa rinunciare a metà del Donbass e alla Crimea. Sostanzialmente quando suggerito sia da Henry Kissinger, sia da molti analisti americani in questi giorni.

Certo bisogna capire se anche Putin ci sta. Il secondo motivo che potrebbe aver portato lo Zar a più miti consigli è infatti il rischio che gli Stati Uniti inviino davvero lanciarazzi a lungo raggio in grado di colpire il territorio russo. Berlino e Parigi “hanno insistito per un immediato cessate il fuoco” e per il “ritiro delle truppe russe”. Ma il fatto che Putin abbia aperto ai negoziati sul grano è già un passo avanti. Zelensly per ora è scettico, anche perché sminare il porto di Odessa significherebbe aprire un varco in uscita ma anche in entrata. E certo l’Ucraina non intende fornire un canale per l’invasione della città portuale.