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Putin-Zelensky, la figuraccia Ue e l’ipotesi: ecco dove tenere l’incontro

L’imbarazzante irrilevanza del vecchio continente s’è rivelata tutta all’ultimo incontro

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Dove potrebbero incontrarsi Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, se la diplomazia fosse una branca della matematica? Naturalmente non lo è, ma consentitemi questa divagazione accademica. Beh, posto che è stata già stabilita la proporzione: Putin sta all’Alaska come l’Alaska sta a Trump, sarebbe naturale chiedersi quale posto del mondo sarebbe il medio proporzionale tra Putin e Zelensky. Secondo me la Crimea, il che ci dà l’occasione di parlare di territori e in particolare di Crimea.

La scelta dell’Alaska fu, se non motivata, almeno concomitante alle seguenti circostanze. È al confine tra i due Paesi coinvolti nell’incontro: si trova in quello di Trump e Putin poteva arrivarci quasi a piedi dal proprio. L’Alaska è il più russo degli Stati dell’Unione americana: anzi, un secolo e mezzo fa veniva venduto dalla Russia agli Usa; il che, in quanto il primo importante affare tra le due potenze, ha evocato la prospettiva di affari più o meno imminenti nella regione Artica, soprattutto in ordine alle enormi risorse di petrolio e gas naturale in quella regione, la metà delle cui coste sono russe. Infine, ma forse non ultimo beneficio collaterale, sufficientemente lontana dalla querula Bruxelles, l’Alaska sottolinea l’irrilevanza della Ue nel processo negoziale di questa, quanto mai auspicata, pace.

L’imbarazzante irrilevanza del vecchio continente s’è rivelata tutta all’ultimo incontro. Partiti speranzosi di influenzare in qualche modo Donald Trump in ordine ai misteriosi accordi presi con Putin, i leader europei non solo son tornati con le pive nel sacco, ma han fatto una patetica figura. All’insistenza di quello francese a voler mandare soldati, Trump ha tagliato corto assicurando che lui non ne manda alcuno. Alla litania del “cessate-il-fuoco” del leader tedesco, Trump ha tagliato ancora più corto ricordando che egli avrebbe già interrotto molte guerre senza bisogno di alcun cessate-il-fuoco. Quanto alla signora venuta da Bruxelles, che straparlava di fantomatici bambini ucraini in Russia (probabilmente orfani del Donbass che, per via della guerra, erano sfollati in Russia – e dove se no?), Trump l’ha trattata da scolaretta, dicendola fuori tema.

L’incontro è sembrato una di quelle barzellette che cominciano: “Un francese, un tedesco, un belga e un italiano vanno in America…”. Queste barzellette finiscono con l’evidenziare la sagacia dell’italiano, ed in effetti l’unica che ha fatto un figurone per l’equilibrio delle parole è stata la nostra Giorgia Meloni. La sua proposta – perché è sua e lo è di molti mesi fa – evocativa dell’articolo 5 del Patto Atlantico, sembra l’unica ragionevole, nel senso di accettabile da Mosca: fermo restando che l’Ucraina deve restare neutrale (cioè fuori dalla Nato) e de-militarizzata, nulla osterebbe che alcuni volenterosi Paesi prendano l’impegno di assisterla in caso di rinnovata aggressione russa.

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Oltre al fallito cessate-il-fuoco, la negoziazione è fallita anche perché non è stata nominata neanche la questione dei territori. Ci si può chiedere come mai è stato ignorato proprio il nocciolo della medesima. Direi perché i territori non sono negoziabili: Putin esige il controllo dell’intero Donbass e dei territori occupati delle altre due regioni. Anzi, lo avrebbe proposto recentemente: mi fermo qui, dice Putin, se Kiev si ritira dalla linea del fronte e anche da quel 10% del Donbass che ancora non controllo. La risposta di Zelensky che non intende fare alcun regalo all’invasore comporta che non ci sarà alcun cessate-il-fuoco e che se Mosca vuole l’intero Donbass deve prenderselo con la forza. Amen.

Che dire della Crimea? “Matematicamente” parlando potrebbe essere l’analogo dell’Alaska. Non, come l’Alaska, venduta dalla Russia, però da questa donata. Inoltre, un incontro lì sarebbe, nella testa di Zelensky, un incontro in Ucraina; e sarebbe un incontro in Russia nella testa di Putin. Insomma, nessuno dovrebbe borbottare, visto che ognuno si sentirebbe a casa propria.

Ma di chi è la Crimea? Saranno gli accordi a dare la risposta finale, però al momento giova rammentare alcune cose. È vero che per secoli c’è sempre stato il desiderio da parte di una consistente etnia ucraina di costituirsi in Stato indipendente, ma il desiderio divenne realtà solo nel 1917, quando si formava la Repubblica popolare: circa 20 milioni d’anime in un territorio non più grande della Svizzera nel cuore dell’attuale Ucraina. Dopo appena 4 anni la Repubblica popolare diventava Repubblica socialista, e in quello stesso momento in cui aderiva all’Urss, Lenin le assegnava tanti territori russi (compresi quelli del Donbass) fino a farla diventare molto simile alla Ucraina da noi conosciuta. Insomma, l’odierna Ucraina è – di fatto – uno Stato creato da Lenin nel 1922. Con un riordino amministrativo interno all’Urss, nel 1954 la giurisdizione sulla Crimea passava dalla Repubblica socialista sovietica di Russia alla Repubblica socialista sovietica d’Ucraina. Vladimir Putin ha detto che quel passaggio fu illegittimo, ma si sbaglia: se si leggono gli atti dei parlamenti di Mosca, di Kiev e del Soviet supremo, il trasferimento fu legittimo.

Poi, con lo scioglimento dell’Urss, l’Ucraina fu l’unica repubblica a uscirne con territori molto più ampi di quelli coi quali vi era entrata. In ogni caso, nel 1991 il Parlamento di Mosca riconosceva la cosa. Tant’è che per la base russa di Sebastopoli, Mosca pagava un affitto a Kiev di 100 milioni di dollari l’anno. È questo un altro parallelo con l’Alaska: come questa oggetto di affari tra Russia e Usa, la Crimea fu oggetto di affari tra Russia e Ucraina.

Il resto lo sappiamo: colpo di Stato a Kiev nel 2014 con avvento di governi russofobi, referendum in Crimea con separazione da Kiev e adesione alla Federazione russa. Una sequenza di malintesi con una sola vera irrimediabile vittima: la gente comune d’Ucraina.

Franco Battaglia, 24 agosto 2025

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