Quando si è insediato il 47° Presidente degli Stati Uniti D’America in pochi credevano che avrebbe risollevato l’economia del Paese e messo in un angolo l’Unione Europea.
Idem, durante la campagna elettorale, quasi nessuno avrebbe scommesso sulla vittoria del Tycoon. La realtà, però, ha smentito il 90% degli analisti e di chi aveva previsto il declino, sociale ed economico, di una Nazione il cui slogan ideato da Trump è “make America great again”; naturalmente non è tutto oro quel che luccica e le annose questioni da risolvere sono una spina nel fianco dello staff presidenziale con cui fare i conti ogni giorno.
Andiamo per gradi, ripercorriamo questi primi otto mesi densi di eventi e caratterizzati, a livello globale, dalle scelte “impopolari” a livello internazionale decise dal governo USA.
Dazi e dollaro debole
Il primo punto su cui Trump non ha avuto alcuna esitazione è stato l’imposizione dei dazi a 170 paesi, e lo scopo è ben preciso, ovvero iniziare a mettere il primo tassello per la ricopertura dell’enorme debito ormai insostenibile, circa 36mila miliardi di dollari.
Oltretutto, i dazi hanno due funzioni “intrinseche” di cui la prima è il menzionato tentativo di iniziare a risanare il debito, unitamente a politiche di tagli alla spesa; la seconda è attrarre grossi capitali ed aziende che investono sul territorio americano creando occupazione, in tal caso i loro prodotti sarebbero esenti da dazi.
Ciò è valido anche per le stesse Big Tech USA che hanno sedi di produzione fuori dai confini nazionali; infatti, i primi risultati sono lampanti, Apple, Nvidia, Intel ed AMD, per iniziare, hanno pianificato investimenti per circa 2mila miliardi (in totale).
Il governo giapponese, tra i primi, ha annunciato investimenti in USA per 500 miliardi.
Tutto ciò è “agevolato” da un dollaro relativamente debole rispetto alle principali valute straniere dei competitors, ed è anche questa una delle ragioni per cui gli indici di Wall Street sono schizzati alle stelle, oltre, naturalmente, a motivi di carattere prettamente economico e di previsioni di crescita delle companies a stelle e strisce.
I mercati finanziari e l’inflazione
Dopo i primi tentennamenti dovuti ai molteplici annunci sui dazi, poi ritrattati da Trump, i listini USA hanno attraversato modeste turbolenze fino a “scontare” la questione per poi stabilizzarsi e ripartire fino a raggiungere e superare il tetto dei 6.500 punti (SP500) aiutati anche, come detto, da un dollaro debole. Esiste, però, il rovescio della medaglia, e sono alcune considerazioni, e fenomeni, che farebbero presagire un’imminente inversione di trend. Innanzitutto, il dato di fatto che i livelli raggiunti dai maggiori indici di Wall Street suggerisce ad analisti ed addetti ai lavori, e soprattutto a fondi, business ed investments banks, di liquidare le posizioni per poi rientrare dopo il previsto storno.
Un secondo motivo che potrebbe spingere giù i mercati è un fenomeno che sta preoccupando gli operatori di mercato e che vede molte società quotate (medio piccole) acquistare ingenti quantitativi di criptovalute il cui valore, finché in crescita, rende i dati trimestrali delle companies positivi e ne accresce il valore delle azioni. Ciò è un evidente segnale di una “bolla” in atto perché la crescita del valore delle suddette società non deriva dal loro core business bensì da operazioni finanziarie non immuni da rischi.
In fine l’inflazione, argomento causa di pesantissimi dissidi tra il Presidente Trump ed il capo della Fed Powell che, prudentemente, è orientato a tagli dei tassi molto diluiti nel tempo proprio in virtù che le politiche dei dazi possano far lievitare il livello dei prezzi e causare una risalita dell’inflazione.
Il potere d’acquisto ed il tenore di vita della classe media
Un dato non confortante, emerso da uno studio di aprile 2025 di Lending Tree, una piattaforma per la comparazione e la richiesta di finanziamenti e credito al consumo, evidenzia che sempre più americani acquistano generi alimentari a rate nei supermercati usando carte revolving o piccoli prestiti ad hoc.
Questo è un chiaro segnale d’indebolimento del potere d’acquisto della classe media, tra l’altro già provata da due e più anni d’inflazione elevata che ha costretto i titolari di mutui variabili (anche con CAP) a sacrifici enormi per far quadrare i conti a fine mese; idem per chi ha dovuto contrarre mutui a tasso fisso nei moment di picco massimo dell’inflazione.
Questo stato di cose, unito all’avvento dell’intelligenza artificiale che, inevitabilmente, produrrà 15:42 disoccupazione, non è da sottovalutare; al contrario, bisogna monitorare costantemente l’evolversi delle condizioni economiche ed attuare politiche sociali mirate a sterilizzare il fenomeno affinché non si rischi un “nuovo 2008 senza che nessuno se ne accorga”.
Spiegata la politica di Trump
Alla luce di quanto analizzato le decisioni assunte dal governo USA sono più chiare e comprensibili ed hanno lo scopo di risollevare le finanze del Paese partendo dalla riduzione del debito; ciò consentirebbe di stanziare più fondi per attutire eventuali contraccolpi occupazionali, nonostante i poderosi investimenti in Patria promessi dalle quattro Big Tech.
Al momento della stesura di questo articolo, 28 agosto 2025 ore 15:42, l’SP500 segna 6.489 punti, dopo aver superato la soglia dei 6.500. Non è escluso che, come paventato, vi possa essere un’inversione di trend a partire proprio da oggi o, al massimo, domani; ciò non solo per motivi fisiologici ma anche in attesa di una schiarita in tema di tassi che ridarebbe vigore agli investitori.
Antonino Papa, 2 settembre 2025
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