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Qual è la vera strada per cambiare la giustizia

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Lo Stato non trattò con la mafia. Dopo quasi trent’anni di sospetti, intere puntate televisive, tonnellate di inchiostro, carriere e famiglie distrutte, la Corte d’assise di appello di Palermo ha assolto con formula piena gli ex ufficiali dei Carabinieri – i generali Mario Mori e Antonio Subranni e il colonnello Giuseppe De Donno – oltre all’ex senatore e fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, dall’accusa di aver “trattato con la mafia”. Intere carriere di pubblici ministeri si sono costruite grazie a quella trovata mediatica, così come intere carriere e fortune giornalistiche si sono gonfiate sul romanzo che vedeva i vertici dello Stato a tavolino con la sanguinosa Cupola di Palermo. Ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, dopo la morte di Falcone e Borsellino, non è più la lotta alla mafia, bensì una azione politica attraverso la quale costruire carriere ed eliminare avversari politici sulla base della “cultura del sospetto”.

La fine della stagione giustizialista

Trent’anni di vite distrutte, di reputazioni infangate e di pubblici ministeri sceriffi diventati veri e propri divi dello spettacolo, con la scorta e le telecamere a seguito. Sono gli effetti della stagione giustizialista che va da Tangentopoli in avanti, periodo in cui la magistratura ha assunto un potere tale da arrivare ad incidere direttamente sulla vita politica del Paese, stravolgendo talvolta gli esiti di democratiche elezioni. Origine di tale deriva è stata l’abrogazione dell’immunità parlamentare avvenuta nell’ottobre del 1993 con legge di revisione costituzionale, quando un Parlamento terrorizzato dal cappio sventolato nelle piazze si consegnò mani e piedi alla magistratura. La Legge Severino del 2012 ha poi dato il colpo di grazia. Dagli errori grossolani, e in mala fede, commessi nel processo ad Enzo Tortora verso la metà degli Anni Ottanta all’accusa di sequestro di persona nei confronti di Matteo Salvini per aver preservato i confini della Repubblica quando era Ministro dell’Interno. Il tutto passando dal “tintinnio delle manette” sventolato negli interrogatori da certi Pm alla persecuzione giudiziaria subita da Silvio Berlusconi negli ultimi ventisette anni.

Perché votare Sì ai referendum

Di tutto questo, e tanto altro, si occupano Paolo Becchi e Giuseppe Palma con il loro ultimo libro Giustizia, quale riforma? Una rotta liberale e garantista, uscito in edicola il 18 agosto con ilGiornale. Becchi e Palma ripercorrono la strada che dai processi alle Streghe porta ai principi liberali del Settecento teorizzati da Beccaria e Filangieri, passando dai processi inquisitori della Roma papalina preunitaria. Il libro spiega in modo dettagliato il significato dei sei quesiti referendari proposti da Lega e Radicali in materia di ordine giudiziario e processo penale, dunque argomenta le ragioni per cui occorre prima firmare per superare la soglia delle cinquecentomila sottoscrizioni (entro la metà di ottobre 2021) e poi, nella primavera 2022, recarsi a votare Sì per l’abrogazione delle norme oggetto dei sei quesiti. Il significato politico dei referendum, sottolineano gli autori, è chiaro: porre fine allo strapotere delle Procure.

Dopo aver constatato che il processo accusatorio introdotto dal codice di procedura penale del 1988 – e la conseguente costituzionalizzazione dei suoi principi all’art. 111 della Costituzione – sono ancora oggi molto lontani dall’essere pienamente applicati, gli autori illustrano la riforma Cartabia (compresi tutti i lavori preparatori) e avanzano suggerimenti correttivi con un approccio liberale e garantista. Becchi e Palma avanzano infatti anche le loro proposte, che qui di seguito riassumiamo.