Ci sono momenti in cui la storia non si ripete, ma certamente riecheggia. E quanto accaduto nelle scorse ore a Sigonella ha il suono inconfondibile di un déjà-vu: un’eco lontana ma chiarissima della crisi di Sigonella del 1985, quando Bettino Craxi sfidò apertamente gli Stati Uniti di Ronald Reagan rivendicando la sovranità italiana.
Oggi, quarant’anni dopo, lo scenario cambia, ma il principio resta identico.
Il rifiuto opposto dall’Italia all’atterraggio di assetti aerei statunitensi nella base di Sigonella non è un gesto tecnico, né una mera questione procedurale. È una scelta politica. Gli aerei erano già in volo, il piano è stato comunicato senza autorizzazione, al di fuori dei protocolli previsti dagli accordi bilaterali. E dunque la risposta non poteva che essere una: no.
A prendere la decisione, su impulso del ministro Guido Crosetto, è stato il capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano. Una catena decisionale rapida, netta, consapevole anche delle possibili conseguenze diplomatiche.
Perché il punto non è solo il volo. Il punto è la sovranità.
Nel 1985, Craxi si trovò davanti a una pressione enorme: le forze speciali americane circondavano la base, pronte a prelevare i responsabili del sequestro dell’Achille Lauro. Craxi oppose i carabinieri italiani. Non fu solo un gesto di orgoglio nazionale: fu una dichiarazione di autonomia politica in uno dei momenti più delicati della Guerra Fredda.
Oggi non ci sono soldati contrapposti sulla pista, ma la sostanza è sorprendentemente simile: un alleato che agisce senza consultazione e un governo italiano che decide di far valere le regole.
C’è poi un ulteriore elemento che rende questo episodio ancora più carico di significato, quasi simbolico.
Lo scorso gennaio, ad Hammamet, durante le commemorazioni per l’anniversario della morte di Craxi, io ero presente. In quell’occasione, proprio il ministro Crosetto rese omaggio allo statista socialista con parole che oggi suonano quasi profetiche: “Che il suo spirito di statista possa vegliare la nostra Repubblica nei tempi drammatici che abbiamo davanti”.
Non una frase rituale, né una commemorazione formale, ma un riconoscimento politico profondo, accompagnato da una dichiarazione di stima esplicita verso Craxi e verso la sua idea di leadership: autonoma, determinata, capace di reggere la pressione degli alleati senza piegarsi.
È difficile, allora, non vedere nella decisione su Sigonella qualcosa di più di un atto amministrativo. C’è una linea che unisce Hammamet a oggi: un filo sottile ma resistente che lega memoria e azione politica.
Non si tratta di replicare il passato, né di evocarlo retoricamente, ma di riconoscere che esistono momenti in cui uno Stato deve ricordare a se stesso — e agli altri — chi decide.
Nel 1985 fu Craxi. Nel 2026, sebbene in un contesto profondamente diverso, il governo italiano ha compiuto una scelta che si muove nella stessa direzione. E Sigonella, ancora una volta, non è soltanto una base. È un simbolo di autonomia politica e sovranità nazionale.
Salvatore Di Bartolo, 31 marzo 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


