Cultura, tv e spettacoli

Quando il talento sfugge ai talent scout

Non solo il caso, clamoroso, di Pippo Baudo. Ma per fare cultura bisogna scommettere: dove sono finiti i mecenati?

pippo baudo
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«Buona presenza, buon video, discreto nel canto […] parla siciliano stretto, appare cafone e volgare». E poi la stoccata finale, ancora più beffarda: «Può essere utilizzato per programmi minori». Una vera e propria bocciatura tenendo conto che selezionatori erano del calibro di Antonello Falqui e Lino Procacci ed il ragazzo sottoposto al provino era un neo laureato di nome Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo. Un giudizio che, oggi, col senno di poi, ha il sapore di un clamoroso abbaglio visto che quel ragazzo «adatto a programmi minori» è stato appena celebrato in questi giorni come «l’uomo che ha inventato la televisione italiana», conduttore di tredici edizioni del Festival di Sanremo, sei di “Fantastico”, dieci di “Domenica In” e praticamente uno dei più grandi conduttori della storia della televisione italiana.

Ma non voglio parlare di Pippo Baudo.

Prendo spunto da questa imbarazzante défaillance per sottolineare che non sempre i talent-scout riescono a individuare il talento! E questo non vale solo nella televisione.

Se passiamo all’ambito della letteratura e della editoria gli esempi sono ancora più marchiani. Che cosa hanno in comune Marcel Proust, Italo Svevo, Vladimir Nabokov, Herman Melville, George Orwell, D. H. Lawrence, John Le Carré, J.K. Rolling e Ernest Hemingway? Sono tutti grandissimi scrittori? Non solo. Sono autori che hanno inizialmente subito rifiuti sprezzanti dalle case editrici! Ad un giovane Ernest Hemingway che proponeva il suo primo romanzo “Fiesta” fu risposto sarcasticamente «il suo libro è noioso ed offensivo. La immagino a scrivere chiuso dentro un club con la penna in una mano e il bicchiere di rum nell’altra». Fortunatamente il talento di Hemingway è emerso nonostante l’ottusità e la spocchia di qualche ignoto impiegatuccio che diede quel giudizio tranchant.

Alla base di questo, oltre i prodromi di una miopia culturale, c’è l’idea di un libro come un prodotto da vendere al pari di un dentifricio o una scatoletta di tonno o un pullover senza soffermarsi invece sull’aspetto meramente artistico. E non parliamo poi di coloro che decidono di autopubblicarsi: il loro volume verrà snobbato dalle librerie e considerato indegno di essere chiamato libro.

Un po’ come considerare la qualità di un abito dal brand appiccicato all’interno. O per stare in ambito gastronomico (come suggerirebbe il mio cognome) giudicare un ristorante solo dalle stelle delle guide enogastronomiche.

Mi chiedo, quindi, dove siano finiti i mecenati al servizio della cultura?

John Lennon in una sua nota canzone diceva «You may say I’m a dreamer but I’m not the only one» ovvero “potrete dire che io sono un sognatore, ma non sono l’unico”. E su questo ambito, da amante dei libri (che si diletta anche a scrivere) effettivamente sono un sognatore, un folle idealista. L’ultimo dei sognatori! Personalmente ritengo che alcune professioni, senza un profondo spirito di missione, perdano buona parte della loro forza!

Ad esempio, cosa resta di un insegnante senza il sacro fuoco di istruire le nuove generazioni? O un medico se togliamo la missione di curare le persone e farle star meglio? Sarebbero rispettivamente dei noiosi impiegati culturali e sanitari. Idem per chi si occupa di editoria che dovrebbe avere innanzitutto lo spirito del mecenatismo e occuparsi di divulgare la cultura senza altri interessi.

«Art for art’s sake» era il motto di Oscar Wilde. L’arte per l’arte, il cui fine ultimo è la sua stessa esistenza e la sua capacità di suscitare emozioni estetiche. Ecco quindi il nocciolo. Le emozioni estetiche quindi una posizione antipodica al libro come prodotto. Ed in questo mondo asettico e anaffettivo c’è spazio per le emozioni.

Per paradosso poi sugli scaffali delle librerie troviamo spesso esposti libri di meteore del mondo dello spettacolo (scritti –ça va sans dire– da qualche ghostwriter!). Quel nome in copertina attira tante allodole. Aridaje! Qualità vs. quantità?

In tv pullulano da tempo i talent-show per cantanti e ballerini che fanno accendere per qualche minuto le luci della ribalta su qualcuno offrendo l’occasione di far valutare un eventuale talento nel canto o nella danza. A questo punto allora mi domando perché nessuno abbia mai pensato di elaborare un format simile per un “talent” letterario? Anticipo subito coloro che mi obietteranno la cultura e la letteratura non fa stesso share. E questo è l’avevano già scoperto duemila anni fa i romani con “carmina non dant panem“ ma ribadisco che sarebbe un’occasione per rilanciare la nostra bistrattata cultura.

E poi è il caso di ragionare sul fatto che «non di solo share vive la tv». Così come un produttore può adocchiare una futura stella del canto o della danza, una casa editrice potrebbe scoprire un nuovo talento della scrittura, della saggistica, della narrativa, del giornalismo o della poesia offrendo una possibilità a chi ha da tempo un libro nel cassetto. Ecco perché secondo me le case editrici e gli editor dovrebbero attingere a piene mani dai libri “self published” per trovare nuovi artisti nascosti da lanciare… affidandosi alla creatività artistica non solo al mero eventuale profitto futuro! Ma purtroppo sono (e resterò) l’ultimo dei sognatori.

Vincenzo Mangione, 23 agosto 2025

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