Fino agli anni Sessanta arrivare all’università era un traguardo riservato a una minoranza. Molti ragazzi lasciavano la scuola dopo le medie o gli istituti tecnici, perché il percorso verso la laurea era ancora pieno di barriere.
La svolta parte nel 1962 con la scuola media unica, voluta dal ministro democristiano Luigi Gui. Per la prima volta tutti gli studenti seguono lo stesso percorso fino a 14 anni. È il primo passo verso un sistema più aperto.
Negli anni successivi i governi guidati dalla Democrazia Cristiana investono nella costruzione di nuove sedi universitarie, nell’ampliamento degli atenei esistenti e nell’aumento dei posti disponibili. Ma il cambiamento decisivo arriva nel 1969, quando il ministro della Pubblica Istruzione Fiorentino Sullo, democristiano, porta a compimento la liberalizzazione dell’accesso all’università: con la legge 910 i diplomati di qualsiasi scuola secondaria possono iscriversi a quasi tutte le facoltà.
Per migliaia di figli di operai, impiegati e contadini si aprono porte che fino a pochi anni prima erano rimaste chiuse. Le immatricolazioni aumentano rapidamente, gli atenei si espandono e l’università diventa un’opportunità concreta per un’intera generazione.
Da quella stagione nascono molti dei professionisti che hanno guidato l’Italia nei decenni successivi: medici, ingegneri, insegnanti, magistrati, imprenditori e ricercatori.
Fu una rivoluzione silenziosa, costruita attraverso riforme, investimenti e una scelta politica: fare dell’istruzione superiore non più il privilegio di pochi, ma una possibilità per milioni di italiani.
Gianpiero Samorì, 27 luglio 2026
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