
C’è un filo rosso che lega molte delle notizie di cronaca degli ultimi mesi. Filo rosso che, puntualmente, nessuno vuole vedere. Ogni volta che un crimine scuote l’opinione pubblica — un infanticidio evitabile, un accoltellamento che non sarebbe dovuto accadere, l’ennesimo pregiudicato rimesso in libertà in tempi record, o il migrante liberato dal Cpr che poi torna a delinquere — sentiamo sempre la stessa, identica frase: “Non si poteva prevedere”. E invece no, il punto è che spesso si poteva eccome. O quantomeno si poteva prevenire. Ma in Italia funziona così: se un medico sbaglia, paga. Se un imprenditore sbaglia, paga. Se un cittadino sbaglia, paga due volte. Se sbaglia un magistrato, invece, non paga nessuno.
Il tema è semplice, quasi banale: quando un giudice prende una decisione — che sia una scarcerazione, una misura alternativa, la mancata custodia cautelare — quella decisione produce conseguenze reali nella vita reale. Non nei codici, non nei convegni, non nei comunicati dell’Anm. Nella vita delle persone.
Eppure viviamo in un Paese in cui può accadere che un soggetto già noto per comportamenti violenti venga rimesso in libertà “per insufficienza di elementi”, salvo poi tornare a colpire. O che individui irregolari, già segnalati alle autorità, escano dai Cpr e vengano ritrovati pochi giorni dopo a delinquere. E ogni volta, come un disco rotto, la colpa ricade sul sistema, sulle falle, sulla mancanza di risorse. Tutto vero, per carità. Ma alla fine chi paga? Sempre il cittadino.
Uno dei casi più dolorosi è quello del bimbo di 9 anni ucciso dalla madre Olena Stasiuk a Muggia. La donna è stata arrestata con l’accusa di aver ucciso il piccolo tagliandogli la gola. Un delitto avvenuto durante uno dei primi incontri da sola con lui. Sì, perché lo scorso 13 maggio il tribunale civile di Trieste accordò alla donna la possibilità di vedere il figlio una volta alla settimana. Nonostante i precedenti – la donna avrebbe stretto il figlio al collo nel 2023 –, nonostante le minacce, nonostante i problemi mentali della donna.
Gli esempi sono tanti, purtroppo. E in molti casi i protagonisti sono i migranti. Lo scorso 30 agosto un maliano minacciò, aggredì e stupro per mezz’ora una diciottenne alla stazione di San Zenone al Lambro, nel Milanese. L’uomo era stato trattenuto in un Cpr e per il questore era “socialmente pericoloso”, considerando le violenze denunciate dalla moglie e dalla figlia. E cosa fece il giudice? Non convalidò il trattenimento. Nonostante le testimonianze, nonostante il mancato possesso di documenti validi. Permettendo all’uomo di tornare libero e di violentare una giovane innocente.
Ma non serve tornare molto indietro nel tempo. Pochi giorni fa Vincenzo Lanni ha accoltellato una donna in Piazza Gae Aulenti dopo aver già ferito con una lama due persone nell’agosto del 2015. L’uomo era libero dopo aver scontato la sua pena – quattro anni e mezzo rispetto agli undici previsti tra carcere e struttura psichiatrica – e aveva concluso a dicembre il suo percorso di reinserimento. Ed è finita lì, perchè i giudici non hanno più riconosciuto la pericolosità sociale. I risultati li abbiamo visti.
Nel mondo della giustizia italiana vige una regola non scritta: meglio sbagliare per difetto che per eccesso. Meglio evitare la custodia cautelare, meglio non rischiare il ricorso, meglio attendere “ulteriori approfondimenti”. E mentre la magistratura invoca sempre più poteri, sempre più autonomia, sempre più tutela della propria intangibilità, il cittadino continua a fare da bersaglio inerme. Perché il problema è uno solo, e non serve girarci intorno: il magistrato non risponde delle conseguenze delle sue decisioni. Non risponde civilmente, non risponde professionalmente e quasi mai risponde disciplinarmente. E quando qualcuno propone anche solo timidamente di riformare il sistema — che sia responsabilità civile, valutazioni di performance, o semplicemente trasparenza — parte immediatamente la litania: “Attacco alla magistratura!”, “Vogliono limitare l’indipendenza!”, “È un attentato allo stato di diritto!” Ma nel frattempo, nell’Italia reale, le cose accadono. E spesso accadono perché qualcuno, da qualche parte, ha firmato un provvedimento senza assumersi fino in fondo il peso di ciò che poteva comportare.
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Il paradosso è quasi comico, se non fosse tragico: chi ha più potere decisionale è anche quello che corre meno rischi. Il cittadino paga le tasse, paga gli errori, paga la sicurezza che non c’è. Lo Stato paga i danni. Il giudice no. E quando una famiglia viene distrutta da un criminale che non doveva essere fuori, nessuno si presenta a spiegare cosa non ha funzionato. Nessuno chiarisce. Nessuno si assume una responsabilità che non sia astratta, generica, indistinta.
Nel dibattito pubblico, infatti, si può discutere di tutto: migranti, tasse, scuola, sanità. Ma guai a mettere mano al sistema giudiziario. Guai a parlare di responsabilità. Guai a ricordare che una democrazia liberale non funziona se esiste un potere sottratto ad ogni forma di controllo. E così continuiamo ad assistere a episodi che lasciano l’amaro in bocca, perché non si tratta solo di cronaca: si tratta di fiducia nello Stato.
La questione non è attaccare la magistratura, ma ricordare un principio basilare della civiltà democratica: chi decide per la vita degli altri deve rispondere delle proprie decisioni. Non è vendetta. Non è populismo. Non è delegittimazione. È semplicemente giustizia. Perché se sbaglia il cittadino, paga il cittadino. Se sbaglia il giudice, oggi, paga sempre e solo il cittadino.
Franco Lodige, 16 novembre 2025
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