Quel virus illiberale che ha colpito la democrazia

Come credevamo di essere immuni, così riteniamo di essere democratici per natura. Si tratta di due errori grossolani. Il virus, che immaginavamo dall’altra parte del mondo, è arrivato e ha messo in crisi il nostro servizio sanitario. Il governo, a sua volta, ha trasformato una chiara difficoltà sanitaria in una crisi istituzionale adottando provvedimenti illiberali che hanno impoverito il Paese sia economicamente sia moralmente. Fare ora la storia di come si sia giunti fin qui serve, forse, a poco. Invece, ciò che è utile tener presente è che da questa situazione data – illibertà e povertà – non si trova e si fatica a rintracciare una celere via d’uscita, mentre lo stesso governo è tenuto a galla dall’emergenza. Le forze pauperiste – il M5S e ampi spezzoni della sinistra – ostacolano la ripresa delle attività spingendo così l’Italia verso la trasformazione nel Venezuela del Mediterraneo che guarda a Oriente. L’opposizione, purtroppo, non è migliore del governo e non ha capito che niente è come prima, ragion per cui vanno ripensati sovranismo, europeismo ed antieuropeismo. C’è bisogno di un fronte liberale e occidentale che capisca che in gioco c’è molto ma molto di più della salute: in gioco ci sono la libertà individuale e il destino della ex democrazia italiana.

Il Covid-19 non è la causa della crisi. L’epidemia è l’occasione che ha accelerato lo sfarinamento nazionale ma lo sfarinamento era già in atto da molto tempo. Il Coronavirus non si è abbattuto su un Paese di sana e robusta costituzione ma su una democrazia che già era fragile di suo e non ha trovato di meglio da fare che abolire la Costituzione. L’epidemia contagiando lo stesso corpo istituzionale ha messo in luce quanto si intuiva ma non si aveva il coraggio di confessare a sé stessi: l’Italia è stata per mezzo secolo una democrazia non per sua virtù ma soltanto grazie al contesto internazionale e al ruolo che le veniva concesso di recitare. Mutato lo scenario internazionale ecco venir fuori tutta la debolezza della democrazia italiana, tanto sul piano politico-istituzionale quanto (ed è inevitabile) sul piano culturale.

Le scuole o culture politiche che hanno caratterizzato la vita civile italiana dal dopoguerra alla fine del comunismo e oltre sono state i due grandi partiti di massa: la Dc e il Pci. Ma nessuno dei due era realmente ispirato da una cultura democratica. Al contrario, il loro obiettivo era quello di impossessarsi della macchina statale per piegarla agli interessi del proprio blocco sociale. La concezione che l’anima comunista e l’anima cattolica avevano dello Stato era quella di uno Stato-partito o di uno Stato-chiesa ossia una istituzione salvifica in cui gli italiani in genere potevano identificarsi per essere governati ed accuditi dalla nascita alla morte all’insegna del paternalismo e del primato della sicurezza come facoltà di badare ai propri interessi mettendo in conto i debiti allo Stato. Le forze laiche – la cosiddetta terza forza, i liberali, i repubblicani, i socialdemocratici, il tardo socialismo di Craxi – hanno inciso per come hanno potuto e la loro influenza culturale in alcuni momenti, si pensi alla stessa genesi della Costituzione, è stata anche superiore alle loro forze e alle legittime attese. La democrazia italiana è stata a tutti gli effetti il risultato della divisione del mondo con gli accordi di Yalta.

Stando così le cose non è possibile meravigliarsi – lo dico prima di tutto a me stesso – se oggi la vecchia, stanca e stantia democrazia del passato si è rapidamente trasformata in una democrazia dittatoriale o in un regime dispotico in cui tutte ma proprio tutte le libertà civili sono state sospese con un banale comunicato (televisivo), esattamente come avviene nella classica tecnica del colpo di Stato descritta a suo tempo da Malaparte (un altro arci-italiano che della democrazia, tutto sommato, non sapeva che farsene ma che sapeva pur sempre guardare in faccia la realtà e non temeva la verità come, invece, ne hanno paura i suoi e miei connazionali). C’era da aspettarselo da un Paese in cui la cultura politica non è mai uscita dal dibattito strumentale intorno all’ombelico del fascismo e dell’antifascismo senza riuscire mai a uscire e riveder le stelle di una libertà che costa doveri e fatica perché mette in scacco l’idea schiavistica dei totalitarismi novecenteschi che or ora ritornano sotto altra natura.

Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche

Avatar
guest
26 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
trackback
I CRIMINALI ABUSI DEL GOVERNO – PARTE TERZA | ilblogdibarbara
27 Aprile 2020 7:05

[…] Roberto Ezio Pozzo, 25 Apr 2020, qui. […]

Gaetano79
Gaetano79
24 Aprile 2020 21:02

Oggi é uscita un’indagine statistica dell’Iss (Istituto Superiore di Sanità):
https://www.today.it/attualita/coronavirus-dove-avvengono-contagi.html
L’indagine é basata su un campione ristretto di contagi, quindi é da approfondire. Comunque i risultati sono sconcertanti: il 44 % dei contagi é avvenuto nelle Rsa, il 25% in famiglia, l’11% negli ospedali e ambulatori, il 4% nei luoghi di lavoro. C’é da chiedersi se il lockdown sia stato efficace, o se fosse opportuno integrarlo o sostituirlo con altre misure di contenimento.

Davide V8
Davide V8
23 Aprile 2020 21:44

Ottimo.
In realtà, penso che il regime dittatoriale attuale sia fondamentalmente una “presa d’atto” della distruzione culturale ed ideologica del paese, che non ha più la minima nozione del perchè ci sono certe regole, che valori rappresentano, e della loro importanza.
Simpatico articolo di Blondet (che a volte la spara grossa, ma qui fa alcune riflessioni che trovo intelligenti) su questi “nuovi barbari”:
https://www.maurizioblondet.it/il-carabiniere-in-chiesa-avanguardia-dellorda/

Aggiungerei che l’Italia, nel dopoguerra, ha avuto il boom di sviluppo negli anni in cui, distrutto il fascismo statalista precedente, i kattokomunisti non avevano ancora fatto in tempo a ricostruire il leviatano, e gli italiani sono stati sostanzialmente liberi.
Poi ci sono riusciti, ed hanno distrutto tutto.
Il piano Marshall fu certamente un aiutino, ma parliamo in ogni caso di qualche punto di pil, per cui il suo ruolo è certamente sopravvalutato.
Rimane del tutto secondario rispetto alla libertà presente.
Immaginatevi se oggi ci regalassero qualche punto di pil: farebbe certamente comodo, ma non cambierebbe affatto la sostanza.

Albert Nextein
Albert Nextein
23 Aprile 2020 18:04

Statalismo = Miseria per tutti.

Alfredo Branzanti
Alfredo Branzanti
23 Aprile 2020 17:25

Un sentito ringraziamento a Giancristiano Desiderio per il piacere di leggere un richiamo al ruolo fondamentale che svolsero, negli anni dei governi di centro, di centrosinistra e, poi, di pentapartito, i partiti laici (PLI, PSDI ed il PRI , di cui sono stato dirigente ed amministratore locale – molti anni fa ahimè!). È vero che non solo il PCI, ma anche (tranne alcune componenti) la DC ed il PSI, sino alla svolta craxiana, non erano costruiti sui dettami della democrazia liberale e lo sviluppo delle libertà civili fu certamente promosso dai partiti laici. Che, come rileva Desiderio, esercitarono un influsso assai superiore alla loro forza elettorale, non solo per la loro indispensabilità nel sostenere il governo, ma soprattutto per la presenza di uomini di grande spessore culturale, prima che politico, al loro interno. E per essere stati, certo con limiti ed errori, i portatori di un’autentica cultura della democrazia liberale, che sarebbe così importante recuperare.

Nico Tanzi
Nico Tanzi
23 Aprile 2020 13:52

La meravigliosa scoperta che il senno non è morto.
Grazie, Giancristiano.

Sal
Sal
23 Aprile 2020 13:01

Io vorrei chiedere a Desiderio: fra 4 o 5 settimane (speriamo prima) quando te ne starai (spero per te) spaparanzato su un lettino a bere un Martini in buona compagnia (spero per te), quando ti darà fastidio il sole non riaprirai l’ombrellone insieme a tutte le tue libertà “perdute”?
Perchè no?

rosario nicoletti
rosario nicoletti
23 Aprile 2020 12:56

Sono pienamente d’accordo. La pandemia ha dato la definitiva spallata alla già traballante democrazia. Del resto la scomparsa di qualsiasi partito o movimento che rivendichi i valori delle democrazie liberali (senza invocare continuamente lo Stato) la dice lunga sulla cultura del Paese.