Politica

Quella strana coincidenza sul Ponte

Nel Paese dove ogni riforma scatena una rappresaglia, la magistratura resta la vera opposizione

salvini meloni giudici Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Altro che “collegamento stabile” tra Sicilia e Calabria: per ora, il Ponte sullo Stretto resta un collegamento instabile tra politica, burocrazia e magistratura contabile. Come ormai noto, la Corte dei Conti ha infatti negato il visto di legittimità alla delibera Cipess 41/2025, quella che ad agosto aveva dato il via libera al progetto definitivo. Disco rosso, quindi. E non un semplice intoppo tecnico: il segnale è politico, fortemente politico.

Le motivazioni ufficiali arriveranno entro trenta giorni, ma dalle prime indiscrezioni si parla di “gravi profili di illegittimità”. Tradotto: secondo i giudici contabili, l’atto del Cipess non sarebbe passato tutti i controlli necessari. L’ufficio aveva infatti chiesto di “deferire” la delibera in “sede collegiale”, visto che non erano stati “superati i dubbi di legittimità emersi”. Insomma, dopo le tensioni sull’immigrazione, ora tocca alle grandi opere diventare terreno di scontro tra governo e toghe.

A muovere le critiche è stata la magistrata Carmela Mirabella, che ha puntato il dito su una lunga lista di perplessità: dal ruolo del Cipess, giudicato un organismo che avrebbe agito in modo “politico”, alla coerenza tra piano economico e coperture pluriennali, fino al rispetto delle norme ambientali e delle regole Ue sui costi. Senza dimenticare – dicono dalla Corte, come riporta Il Giornale – il mancato coinvolgimento del Consiglio superiore dei lavori pubblici e dell’Autorità dei Trasporti. La Mirabella, lapidaria: “La politica si è sostituita ai soggetti competenti”.

Tecnicamente, però, la storia non finisce qui. Anche con il parere negativo, il governo può tirare dritto. Lo spiega la stessa Corte: in caso di rifiuto, l’amministrazione può chiedere al Consiglio dei ministri di deliberare ugualmente, se ritiene che l’atto risponda a “interessi pubblici superiori”. In quel caso, la Corte potrà apporre un “visto con riserva”. Tradotto dal burocratese: se Palazzo Chigi vuole, il Ponte può ancora partire, anche senza l’ok dei giudici contabili.

Dal Mit, intanto, il clima è di irritazione mista a sfida. Matteo Salvini non ha usato giri di parole: “Andiamo avanti, non ci facciamo intimidire”. E dal ministero ricordano che si tratta di “un’opera su cui hanno lavorato esperti di tutto il mondo, decine di università e professionisti di altissimo livello”. Poi la stoccata finale: mentre “i Paesi più evoluti si interrogano su alta tecnologia e intelligenza artificiale, in Italia la Corte dei Conti vuole bloccare un ponte: è inaccettabile, incredibile”. Dentro Palazzo Chigi si legge tutto questo come l’ennesimo round di una guerra istituzionale ormai aperta. Dopo essere stata ridimensionata nei poteri di controllo sul Pnrr e limitata negli interventi preventivi, la Corte – secondo fonti di governo – starebbe praticando una sorta di “ostruzionismo tecnico”. Un modo per far capire che, depotenziata o no, ha ancora il potere di rallentare.

E qui entra in gioco anche la politica pura: c’è chi parla di una rivincita della burocrazia dopo la riforma voluta dal governo, quella che introduce lo “scudo erariale” e la “registrazione tacita degli atti”. In sostanza, un modo per dire ai magistrati contabili: meno potere di veto, più responsabilità politica. Ma la Corte – raccontano i ben informati – non avrebbe gradito. E così, eccoci al paradosso tutto italiano: mentre il mondo corre verso l’intelligenza artificiale, da noi si litiga su un ponte che unisce due coste a pochi chilometri di distanza. Una storia che sa di riforme promesse e poteri resistenti, dove la tecnica diventa politica e il diritto si trasforma in ideologia. Ma questo non è l’unico ragionamento da fare.

Risulta infatti difficile, se non impossibile, notare una strana coincidenza tra l’approvazione della riforma della giustizia e questo “no” al Ponte, uno dei provvedimenti bandiera del governo. Il sospetto che si tratti di un tentativo di ostacolare l’azione della squadra della Meloni è comprensibile, se non giustificato, considerando i precedenti. Salvini non ha utilizzato troppi giri di parole, usando la formula “decisione politica”. Ed è l’ultima di una lunga serie, basti pensare alla battaglia delle toghe contro il piano Albania invidiato da mezza Europa e inviso soltanto a Elly Schlein e ai suoi pseudo alleati.

Franco Lodige, 30 ottobre 2025

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