Esteri

Quello che la sinistra non vi dice sugli studenti serbi

Riceviamo e pubblichiamo questo contenuto di Chiara Nalli, che frequenta e studia i Balcani da circa 5 anni

Domenica 25 ottobre la Serbia è andata al voto per il rinnovo del parlamento. Le principali testate italiane ed europee hanno coperto l’evento fin dalle 48 ore antecedenti l’apertura dei seggi, rompendo una consuetudine giornalistica che tende a occuparsi di Balcani in maniera per lo più saltuaria. Questa volta, con mezza Europa scossa da movimenti di protesta “studenteschi”, il potenziale mediatico delle vicende serbe è risultato irresistibile. Lo schieramento che per la prima volta, dopo circa quattordici anni, è stato in grado di contendere il potere alla coalizione di governo (che ruota attorno alla personalità del presidente Alexandar Vučić) è nato infatti dalle proteste di piazza organizzate a seguito del crollo della tettoia nella stazione ferroviaria di Novi Sad ed è stato animato quasi esclusivamente da giovani e studenti universitari.
Indignazione, manifestazioni e giovani: l’assimilabilità mediatica dei due fenomeni ha evidentemente motivato l’endorsement offerto agli studenti serbi dalle forze che mirano a capitalizzare politicamente le proteste di piazza europee: Partito Democratico Europeo, Socialisti Europei, stampa progressista e, non da ultimi, ambienti attigui a correnti islamiste transnazionali.

Sintomatico, in tal senso, il fatto che il movimento studentesco serbo abbia accolto la retorica palestinista, in un Paese in cui la diffidenza congenita per l’islamismo politico aveva storicamente tenuto kefieh et similia lontane da scuole e piazze. Dopotutto, ciò che il movimento studentesco serbo condivide con lo stream progressista è in primo luogo un metodo: il rastrellamento del consenso attraverso la manipolazione di tematiche prepolitiche e dal forte impatto emotivo.

Nato sull’onda drammatica di Novi Sad e fortemente ispirato da sentimenti di identificazione sociale, il movimento degli studenti ha infatti individuato nella destituzione del governo il suo unico obiettivo concreto, corredandolo con una serie di aspirazioni generiche – come la lotta alla corruzione – ed evitando di esporre i propri leader al confronto politico diretto.

D’altra parte, gli studenti serbi non possono affermare di aver manifestato contro l’impoverimento. Negli ultimi dieci anni il reddito pro-capite del Paese è passato da circa 5.800 dollari a 15.280 dollari (dati FMI); in parallelo, il coefficiente di Gini, ossia la misura delle disuguaglianze, è passato da 40.5 a 32.8 (dati BM). Questo significa non solo che il reddito medio è triplicato in un decennio ma anche che una fetta sempre maggiore della popolazione ha potuto beneficiare della crescita economica. Ciò non ha impedito al gotha della sinistra italiana di tentare di capitalizzare politicamente le immagini di folle festanti che domenica sera iniziavano ad arrivare da Belgrado. La vittoria degli studenti ha scatenato politici e influencer, lanciati in un uso quantomeno disinvolto di terminologie care alla loro vulgata: “la partecipazione spazza via l’autocrazia”, nonostante “il controllo dei media e la repressione del governo”.

E poco importa se in Serbia esistono TV e giornali di opposizione – ben finanziati, a giudicare dalla capacità di sviluppare contenuti di qualità – che per due anni hanno funzionato da macchina mediatica del movimento degli studenti; o che possano permettersi esternazioni che in Italia sarebbero oggetto di biasimo bipartisan – come una vignetta raffigurante il presidente Vučić dilaniato da un’esplosione. Ma nella retorica che elogia il movimento costruito dal basso e denuncia la “repressione”, manca soprattutto un’obiettiva considerazione, relativa alle modalità con cui il movimento è cresciuto e ha guadagnato notorietà: blocchi stradali ripetuti, anche di arterie di comunicazione strategiche, occupazione delle università e blocco della didattica. Il tutto per oltre un anno: una situazione che in Italia configurerebbe i reati di blocco stradale, violenza privata, attentato alla sicurezza dei trasporti, interruzione di pubblico servizio e danno erariale. È ironico che tutto ciò passi in secondo piano proprio nel momento in cui si elogia un’esperienza democratica: le regole, in una democrazia, tutelano i diritti di tutti e non sono derogabili in virtù di licenze morali stabilite ad hoc. L’ eccezionalismo accordato agli studenti serbi è invece diventato il carburante per una forma di isteria collettiva.

Le cose non vanno troppo meglio nel panorama della destra liberale che, se per cultura politica non nutre simpatie automatiche per proteste “studentesche”, fatica tuttavia a misurarsi con le alternative locali, irrigidita in schemi interpretativi ideologici che mal si calano sulla realtà serba. Calzante, in questo senso, è l’etichetta di “filo-russo” attribuita ad Alexandar Vučić, anche se il suo governo, pur non aderendo alle sanzioni nei confronti della Russia, ha sostenuto l’integrità territoriale dell’Ucraina, collaborando in diverse forme d’aiuto al Paese. E anche se, sulla questione, gli stessi studenti hanno dichiarato di non voler alterare la politica estera del precedente governo – figli, evidentemente, di un Paese la cui (debole) posizione rende imprescindibili considerazioni di natura strategica.

Ancor più singolari sono le etichettature di coloro che cercano in maniera ossessiva gli “eredi di Milošević e Mladić”, con un approccio moralistico che chiede alla Serbia un’abiura costante della propria storia. Diversamente dagli Usa di Trump che stanno dimostrando una certa disponibilità a misurarsi in modo più dialogante con l’eredità degli anni ‘90; un esempio in tal senso è la rimozione delle sanzioni nei confronti del leader politico Milorad Dodik, cui ha fatto seguito una generale intensificazione dei rapporti con la leadership della Repubblica Serba di Bosnia.

Mentre gli europei, persi nella contemplazione egoica dei propri miti culturali, sembrano aver puntato tutto su un movimento che non conoscono e non saranno necessariamente in grado di influenzare, posto ora al governo di un paese cruciale per la sicurezza e la stabilità regionale.

Nella serata di lunedì 26 ottobre, i media serbi hanno segnalato attacchi di gruppi di cittadini a due emittenti televisive private filogovernative; i cittadini chiedono l’arresto dei giornalisti che “hanno criticato il movimento studentesco”. Non sono passate neanche ventiquattro ore e la favola europea della democrazia ha già assunto le tinte del caos balcanico.

Chiara Nalli, 27 ottobre 2026

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