Esteri

Quello che proprio non vogliono dire su Israele, l’Iran e Hamas

Tra memoria e mistificazione: il conflitto israelo-palestinese nella coscienza occidentale

nethanyau ayatollah khamenei Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

La questione medio-orientale, e in particolare il conflitto israelo-palestinese, è spesso raccontata in maniera semplicistica, trasformandolo in uno schema binario: oppressore e oppresso, aggressore e vittima. Questa rappresentazione ignora una storia lunga, intricata e carica di traumi reciproci, che affonda le sue radici almeno nella risoluzione ONU del 1947 — che prevedeva la nascita di due stati, uno israeliano e uno palestinese — rifiutata dai paesi arabi e seguita da una guerra che segnò l’inizio di un conflitto che si è protratto negli anni senza soluzione di continuità.

È altrettanto riduttivo leggere l’attuale escalation — compresi gli attacchi ai siti militari e alle infrastrutture legate al programma nucleare iraniano — senza considerare il ruolo strategico dell’Iran nella regione. Ridurre il tutto a una reazione sproporzionata da parte di Israele rimuove dal quadro la costellazione di attori e interessi geopolitici che alimentano il conflitto.

Israele ha attaccato l’Iran per ragioni strategiche legate alla sicurezza nazionale e alla deterrenza regionale. Va ricordato l’attacco diretto dell’Iran contro Israele nell’aprile 2024, quando Teheran ha scatenato un’offensiva combinata di 300 droni e missili (la maggior parte intercettati) contro il territorio israeliano. In tale contesto, il programma nucleare iraniano rappresenta una minaccia esistenziale per Israele. Inoltre, l’Iran è il principale finanziatore e fornitore di armi di Hamas nella Striscia di Gaza e di Hezbollah in Libano — due attori che attaccano Israele rispettivamente da sud e da nord, configurando una vera e propria manovra a tenaglia sul territorio israeliano. Colpendo direttamente l’Iran, Israele ha cercato di smantellare questa pressione strategica su due fronti, interrompendo la catena del supporto militare e colpendo la regia che alimenta l’escalation.

L’attacco israeliano ha anche un forte valore politico e diplomatico: rappresenta un chiaro avvertimento non solo a Teheran, ma anche agli altri attori regionali — come Siria, Iraq e Libano — che Israele non esiterà a colpire chiunque contribuisca a minacciarne la sicurezza.

La complessità della guerra e la responsabilità

Nel contesto della guerra, i crimini e le vittime civili sono purtroppo una tragica costante, ma etichettare Israele come unico responsabile delle atrocità, ignorando la strategia deliberata di Hamas e Hezbollah di operare all’interno di aree civili, finisce per trasformare Israele in un capro espiatorio. Questo non significa giustificare ogni azione militare israeliana, ma riconoscere che l’asimmetria del conflitto non implica automaticamente un’asimmetria di responsabilità morale.

Pertanto, la tensione israelo-palestinese non si può ridurre a un paradigma semplicistico: Israele come oppressore assoluto, i palestinesi come vittime passive. Questa narrazione alimenta una retorica pericolosa, che acceca l’opinione pubblica e trasforma Israele nel capro espiatorio di una crisi geopolitica ben più complessa.

La storia, come già detto, ci ricorda che il conflitto non nasce con le offensive recenti, ma affonda le sue radici nella risoluzione ONU del 1947, che prevedeva la nascita di due stati. Il fronte arabo optò per la guerra anziché per la convivenza. Gaza fu occupata dall’Egitto, e la causa palestinese venne utilizzata per decenni come strumento politico da altri attori regionali, più che come questione da risolvere.

Un passaggio cruciale, spesso rimosso dal dibattito pubblico, è la Guerra dei Sei Giorni del 1967, scatenata in seguito alla decisione dell’Egitto di bloccare l’accesso di Israele allo Stretto di Tiran, vitale per il commercio marittimo israeliano. In risposta a quella provocazione, Israele reagì con una guerra lampo che portò, tra le altre conseguenze, all’occupazione della Striscia di Gaza, allora sotto controllo egiziano. Si trattò di un conflitto regionale scaturito da precise scelte militari arabe, non da un’aggressione unilaterale israeliana.

Successivamente, gli Accordi di Oslo negli anni Novanta rappresentarono un tentativo di risoluzione diplomatica, prevedendo una progressiva autonomia palestinese e il ritiro israeliano da alcuni territori. Nel 2005, Israele si ritirò unilateralmente dalla Striscia di Gaza, smantellando le colonie e rimuovendo i coloni israeliani. Nonostante ciò, invece di costruire una realtà autonoma e pacifica, la Striscia venne presto assoggettata al dominio di Hamas, che ne ha fatto una base operativa per attacchi contro Israele, inasprendo ulteriormente il conflitto.

Oggi, Hamas — che nega esplicitamente il diritto di Israele a esistere — continua a perseguire la distruzione dello Stato ebraico. La sua strategia si fonda sull’uso cinico della propria popolazione come scudo umano: i civili palestinesi diventano strumenti di supplizio, utilizzati per provocare la reazione emotiva dell’opinione pubblica mondiale e isolare politicamente Israele. In questo schema, Israele reagisce per difendere la sopravvivenza del proprio popolo, mentre Hamas strumentalizza il proprio per alimentare il conflitto.

Ma c’è un ulteriore cortocircuito logico, persino paradossale, che emerge nei contesti occidentali, specie nei luoghi della coscienza civile. Durante i cortei del 25 aprile, che celebrano la Liberazione dal nazifascismo, si assiste a episodi assurdi: gli ebrei, vittime delle persecuzioni naziste, vengono talvolta respinti dai cortei, mentre i filo palestinesi — la cui leadership dell’epoca fu alleata del Terzo Reich — sono accolti e celebrati. È il ribaltamento grottesco della memoria storica.

Lo stesso vale per le manifestazioni come il Gay Pride, dove si è vista sventolare con orgoglio la bandiera palestinese, simbolo di una cultura e di un’ideologia che, nelle sue espressioni fondamentaliste, stigmatizza e perseguita l’omosessualità, fino a punirla con il carcere o la morte. È una contraddizione che nessuno sembra voler affrontare: si inneggia alla liberazione sotto simboli che, nella realtà dei fatti, rappresentano l’opposto dei valori di libertà, pluralismo e diritti civili.

In definitiva, continuare a raccontare il conflitto con categorie moralistiche e partigiane significa non solo tradire la complessità dei fatti, ma anche perdere la capacità di distinguere tra chi vuole la coesistenza e chi persegue l’annientamento. Una società libera e democratica deve resistere alla seduzione delle narrazioni facili e avere il coraggio di affrontare le verità scomode, anche a costo di incrinare i dogmi del pensiero dominante.

In ogni guerra ci sono innocenti che vengono travolti dalla crudeltà del conflitto, e quando gli innocenti hanno gli occhi atterriti dei bambini, il ripudio della guerra diventa istintivo, naturale, umano. Ma nella complessità della questione mediorientale, sarebbe ingiusto e pericoloso attribuire la responsabilità della devastazione esclusivamente a Israele, perché la storia, nella sua narrazione oggettiva, racconta qualcosa di profondamente diverso da ciò che spesso viene proposto dai narratori del pensiero dominante. Il pogrom subito dal popolo israeliano il 7 ottobre è stato, in molte sedi internazionali e mediatiche, rimosso, minimizzato, se non addirittura giustificato — come se la carneficina di cui è stato vittima potesse essere accettata come una legittima azione di resistenza. Questo rovesciamento morale rappresenta un vulnus gravissimo alla coscienza collettiva. Quando il mondo arabo moderato sarà in grado di spazzare via ogni ambiguità e dichiarare con chiarezza l’illegittimità del terrorismo, allora — e solo allora — si potrà davvero sperare di concludere questa guerra.

Andrea Amata, 17 giugno 2025

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it
L'inferno è pieno di buone intenzioni

SEDUTE SATIRICHE

Sedute Satiriche di Beppe Fantin - Vignetta del 10/04/2026

Domani da incubo

Vignetta del 10/04/2026