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Raggi-Zingaretti: l’intesa dei perdenti

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Sarà per la rarità di turisti, per il clima caldo e umido o per la sporcizia delle strade ma in questi giorni Roma assomiglia più del solito ad una città sudamericana, tipo Caracas. La relativa assenza di traffico, tranne in alcune ore, nonostante lo smart working di impiegati pubblici e privati ancora elevato, accentua ancora di più quel clima di indolenza ebete e suicida, che è la cifra del governo in corso di condurre l’Italia verso il baratro.

Oggi la capitale è davvero l’allegoria del tragicomico (per ora più comico) esperimento giallo-rosso e quindi non è un caso, come ci informa Alessandro Giuli oggi su Libero, i suoi amministratori siano i più malvoluti d’Italia; ultimo, tra i governatori Nicola Zingaretti, penultima, tra i sindaci, Virginia Raggi. E il giudizio è quanto mai meritato.

Per quanto riguarda il primo, già periclitante durante il mandato precedente, tanto che rischiò di perdere contro… Stefano Parisi (non so se mi spiego) se il centrodestra non si fosse diviso, da quando è stato eletto segretario del Pd è praticamente sparito. La Regione ha affrontato l‘emergenza in maniera raffazzonata e caotica, con risultati che, pur in una situazione pandemica favorevole, non le permettono di intavolare lezioni a chicchessia e non certo alla Lombardia. Per il resto, la Sanità è tra le pessime d’Italia, più lato sud che lato nord, i servizi di trasporto indecenti: le tasse regionali, in compenso, sono le più alte d’Italia.

Peggio ancora sul versante comunale, dove la Raggi non può nemmeno sfruttare la lunga tradizione del comunismo laziale, fatta di regalie ad amici ma soprattutto a nemici (per tenerseli buoni) e il rapporto stretto tra burocrazia regionale e comunale e quella del Pd. Solo la pausa forzata del Covid ha impedito alla città di sprofondare di nuovo nella monnezza, che pur troneggia, e nelle buche, solo in parte riempite nonostante la situazione favorevole di scarsa circolazione. Per il resto, anche se la sindaca non ha un altro lavoro come Zingaretti, è comunque assente: l’unica nota di rilievo di questi mesi è la Raggi entusiasta per il monopattino, che solo un suicida neanche tanto intelligente userebbe nella capitale. Ovviamente, anche qui, le tasse comunali sono le più alte d’Italia.

Del resto Roma e il Lazio, non hanno mai fornito al paese una classe politica di rilievo nazionale. Nella capitale ci abitano tutti i politici ma dacché esiste l’Italia come stato unitario, sono stati solo tre i presidenti del Consiglio romani: Tommaso Tittoni (solo per quindici giorni nel 1905), Giulio Andreotti e Paolo Gentiloni. La cifra è quella dell’apatia, dell’inerzia e della neghittosità, tanto è vero che Giorgia Meloni, romana a tutti gli effetti, sembra tuttavia venuta da un altro continente, tanto il suo stile è all’opposto. Nessun presidente della Repubblica laziale, ma in compenso tre papi, Pio IX (Senigallia faceva allora parte del Regno pontificio), Leone XIII e Pio XII, e tutti di piuttosto lungo pontificato.

Esiste insomma un problema storico di qualità della classe politica romana, che probabilmente non sarà sanato dalla nuova coppia di fatto degli indesiderati d’Italia, Zingaretti e Raggi, entrambi ovviamente romani doc. Soprattutto il primo è un convinto sostenitore dell’alleanza con i 5 stelle, che peraltro reggono la sua giunta periclitante, e ovviamente sa benissimo quanto ciò comporterebbe non solo il trasferimento dell’esperimento giallorosso in Regione ma ben prima, il prossimo anno, al Campidoglio. Ne ha forse parlato con Conte nel lungo incontro? Sta di fatto che, per dotarsi di una minima chance di riprendersi il Comune il Pd deve passare con l’alleanza dei 5 stelle, cioè portarli a rinunciare a una propria candidatura, o almeno a disporre in campo qualcuno di non competitivo. Si potrebbe subito dire: la Raggi!