
La procura di Milano ha chiuso le indagini e si prepara a chiedere il rinvio a giudizio per quattro carabinieri, colpevoli – secondo l’accusa – di aver tentato di “depistare” le indagini sull’incidente mortale in cui ha perso la vita Ramy Elgaml. Un altro capitolo dell’ormai consolidata saga in cui le toghe sembrano occuparsi più dei carabinieri che dei delinquenti.
Due militari devono rispondere di depistaggio – avrebbero agito per “ostacolare o sviare l’indagine relativa al sinistro stradale con esito mortale” – e favoreggiamento per aver costretto il testimone “a cancellare dal proprio telefono cellulare” i video che immortalavano gli ultimi istanti di vita del giovane morto in sella alla scooter guidato da un amico. Altri due carabinieri devono rispondere, invece, solo di depistaggio sempre in relazione alle immagini cancellate.
Per la precisione, l’articolo del codice penale contestato ai carabinieri è di “frode in processo penale e depistaggio” aggravata che incrimina condotte consistenti “in artificiose immutazioni della realtà e in dichiarazioni false o reticenti”, poste in essere dal pubblico ufficiale “al fine di impedire, ostacolare o sviare un’indagine o un processo penale”.
I destinatari del provvedimento, che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio, non facevano parte del gruppo di 3 pattuglie del Radiomobile di Milano che ha inseguito Ramy per 8 chilometri e quasi 20 minuti per le vie di Milano. Ora hanno venti giorni di tempo per presentare memorie o chiedere di essere interrogati. Sorpresa da parte dell’avvocato Piero Porciani, uno dei difensori, che ha affermato: “Siamo sconcertati. Dopo che abbiamo dimostrato che i due militari si trovavano a 290 metri dal luogo dell’impatto i pm hanno deciso comunque di andare avanti”.
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Nel frattempo, l’altro filone dell’inchiesta – quello sull’omicidio stradale vero e proprio – riguarda altri due carabinieri e Fares Bouzidi, l’amico che guidava lo scooter su cui viaggiava Ramy. Bouzidi, per la cronaca, era senza patente e sotto l’effetto di droga. Ma la narrazione – come spesso succede in Italia – si concentra tutta sulla presunta responsabilità degli uomini in divisa.
Ricordiamo che secondo quanto emerso dalla relazione tecnica redatta dal consulente della Procura di Milano, l’ingegnere Domenico Romaniello, le cause del tragico incidente che ha portato alla morte di Ramy devono essere attribuite al comportamento sconsiderato e pericoloso del conducente del motoveicolo Yamaha, Fares, e non ai carabinieri. Nella sua relazione di 164 pagine, Romaniello ha evidenziato come Fares abbia violato più norme del Codice della Strada e si sia reso responsabile di una guida estremamente rischiosa.
L’incidente si è verificato a seguito di un inseguimento che ha visto coinvolti i carabinieri, dopo che Fares aveva ignorato l’alt imposto dalla pattuglia. A partire da quel momento, il motociclista ha dato il via a un inseguimento ad altissima velocità lungo le strade cittadine, contravvenendo a numerosi segnali stradali, come i semafori rossi, e mettendo a rischio la vita di altri utenti della strada. Secondo il consulente, Fares ha assunto un atteggiamento sprezzante nei confronti del pericolo, rischiando la propria vita e quella del passeggero, Ramy.
L’analisi delle dinamiche dell’incidente mostra che il carabiniere che inseguiva il motociclo si trovava dietro e a destra del veicolo in fuga al momento della deviazione improvvisa del motociclista. L’inafferrabile manovra del motociclo ha impedito al conducente dell’auto delle autorità di reagire tempestivamente. Romaniello ha evidenziato che l’errore nel calcolare la traiettoria del motociclo è stato fatale: solo poche frazioni di secondo prima dell’impatto il carabiniere si è reso conto del pericolo imminente, ma la reazione tempestiva, fatta di frenata intensa, non è stata sufficiente a evitare l’incidente. Un’unica certezza: quanto accaduto non può essere classificato come un normale incidente stradale, ma deve essere contestualizzato come parte di un’operazione di pubblica sicurezza.
Alla fine, come sempre in Italia, più che cercare la verità, si cerca il bersaglio. E i bersagli, da un po’ di tempo a questa parte, sono sempre gli stessi: chi indossa una divisa.
Franco Lodige, 5 agosto 2025
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