Cronaca

Ranucci: e se alla fine avesse avuto ragione Lavitola?

Sigfrido Ranucci a Report
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Dietro le quinte della politica si muovono spesso dossier, ambizioni e progetti destinati a dissolversi nel giro di pochi giorni, travolti da ombre, inchieste giudiziarie, polemiche e improvvisi cambi di scenario. A volte, però, accade il contrario: ciò che sembrava deragliato torna a galla, trasformato dagli eventi in qualcosa di persino più concreto di quanto fosse all’origine. È il caso di Sigfrido Ranucci. E la domanda, provocatoria ma non del tutto peregrina, è inevitabile: e se alla fine ad aver visto giusto fosse stato proprio Valter Lavitola?

Per capire perché, bisogna riavvolgere il nastro di quel progetto che nelle ultime settimane è apparso come un disegno tanto ambizioso quanto grottesco: quello che avrebbe dovuto accompagnare il giornalista di Report verso la politica e che è finito, invece, sullo sfondo di un’inchiesta sul presunto complotto finalizzato a spalancargli le porte della contesa elettorale. Paradossalmente, proprio le vicende giudiziarie che sembravano aver fatto saltare quel disegno potrebbero produrre un esito inatteso: spingere Ranucci ancora più vicino all’arena politica.

Il diretto interessato, intanto, ha già messo le mani avanti. Alla festa nazionale di Alleanza Verdi e Sinistra, alla quale ha recentemente preso parte, ha respinto l’ipotesi di una candidatura: «Non mi candido, do più fastidio come conduttore». Una dichiarazione coerente con il personaggio e con il ruolo che Ranucci ha costruito negli anni. Ma una smentita, per quanto perentoria, non cancella gli interrogativi che si stanno accumulando sul suo futuro professionale.

Il punto è proprio questo. Il futuro di Ranucci a Report appare ormai profondamente incerto, mentre la nuova stagione del programma si prepara con un assetto che non prevederà più lui alla conduzione, almeno per la prossima stagione. Con questa prospettiva ormai consolidata, il giornalista si trova davanti a una condizione inedita: un periodo, più o meno lungo, lontano dalla televisione, o perlomeno dalla conduzione di Report, proprio mentre il suo profilo pubblico e il suo peso politico continuano a crescere. Ed è qui che l’ipotesi di una discesa in campo torna a essere meno fantasiosa di quanto possa sembrare.

Perché la politica, prima ancora delle candidature ufficiali, guarda ai numeri, alla notorietà e alla capacità di intercettare consenso. E Ranucci, sotto questo profilo, è un nome tutt’altro che marginale. Le rilevazioni sul suo gradimento hanno attirato l’attenzione di alcuni dei protagonisti del cosiddetto “campo largo” e, soprattutto, il suo profilo sembra interessare i vertici di Alleanza Verdi e Sinistra. Non necessariamente perché una candidatura sia già stata decisa, ma perché il suo potenziale elettorale rappresenterebbe una risorsa difficile da ignorare.

Il passaggio decisivo potrebbe essere rappresentato dalle primarie del centrosinistra, qualora il campo progressista scegliesse davvero di affidare alla competizione interna la selezione della propria leadership. In quel caso, l’ingresso di una figura esterna ai tradizionali apparati di partito potrebbe diventare una carta politicamente spendibile e potenzialmente dirompente.

Ranucci, inoltre, avrebbe caratteristiche difficili da replicare: popolarità, riconoscibilità, una lunga esposizione pubblica e un’identità coerente con la parte politica che andrebbe a rappresentare. Elementi che, in una competizione elettorale, possono trasformarsi rapidamente in capitale politico.

Naturalmente, tra l’interesse di una parte della politica e una candidatura reale c’è ancora un abisso. E le dichiarazioni pubbliche di Ranucci vanno prese per quello che sono: oggi, il giornalista dice di non volersi candidare. Ma la politica, si sa, si nutre anche di scenari che fino a ieri sembravano improbabili. Ed è proprio qui che la vicenda assume un risvolto quasi paradossale.

Se Ranucci, ormai fuori dalla guida di Report, maturasse la decisione di mettere il proprio consenso al servizio di una candidatura, il progetto che sembrava essere stato travolto dalle inchieste giudiziarie potrebbe ottenere, almeno sul piano politico, un risultato inatteso: spingere il giornalista dritto tra le braccia della politica.

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A quel punto Lavitola potrebbe non essere ricordato per aver costruito il percorso che immaginava, ma per aver intuito — prima che diventasse evidente — la direzione verso cui poteva muoversi Ranucci. E, francamente, sarebbe il più beffardo dei paradossi: il presunto piano politico potrebbe fallire nei suoi presupposti e riuscire, invece, nel suo esito finale. Non tanto per effetto di una regia occulta, ma per la semplice forza degli eventi.

Salvatore di Bartolo, 12 settembre 2026

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