Sigfrido Ranucci non si candida. Anzi, forse sì. No, scherzava. La politica è troppo seria. Però se lo cacciano dalla Rai, chissà. Poi richiude tutto: vuole soltanto fare inchieste. Salvo tornare subito dopo a parlare dei sondaggi che misurano quanto sarebbe credibile alla guida del Paese. Insomma, orientarsi nelle dichiarazioni dell’ex conduttore di Report sta diventando un piccolo esercizio di equilibrismo.
L’ultima puntata è andata in scena a Roma, durante la presentazione del libro “Il ritorno della casta”. Ai giornalisti che gli chiedono di una possibile discesa in campo Ranucci risponde ridendo: “Io candidarmi? Non ci penso. Poi se mi cacciano proprio dalla Rai…”. Eccolo, lo spiraglio. Piccolo, certo. Ma sufficiente per rimettere in moto il toto-candidatura che lo accompagna ormai da settimane. Perché quel “poi” sembra fatto apposta per non chiudere completamente la questione. Poco dopo, però, arriva la retromarcia. Stavolta molto più netta. “Ma quale candidatura, ma quale politica: io voglio continuare a fare inchieste“, le sue parole: “Hanno fatto tutto questo casino per cacciarmi e togliermi da Report perché, forse, la politica mi teme più come giornalista d’inchiesta. Ho fatto inchieste per 35 anni. Mi hanno spostato e ancora non ho capito perché. Non scendo in politica: la politica è una cosa seria e non mi sento all’altezza, è un mestiere troppo serio per me”.
Fine della storia? Non esattamente. Perché Ranucci accompagna il suo no con una serie di considerazioni che continuano inevitabilmente a spostare il discorso proprio sul terreno politico. Anche quando racconta il ritorno alla Garbatella, al Villetta Social Lab, infila una stoccata: “Dove sono nato, non come altri che sono emigrati in questo quartiere. Ogni riferimento è puramente casuale”.
E soprattutto continua a descrivere il proprio caso come il risultato di un conflitto con il potere. “Non temono che io mi candidi, ma temono che faccia il conduttore di Report, perché temono il giornalismo indipendente”, sostiene. Quindi attacca direttamente Giorgia Meloni e il centrodestra: “Ho letto che Giorgia Meloni si è lamentata perché mi hanno reso un martire. Non si rammaricava perché hanno ucciso me e le persone a me vicine. Questo la dice lunga sul concetto di democrazia che ha il nostro presidente del consiglio. Di come la concepisce una persona che ha citato più volte il mio nome come La Russa dicendo che bisogna cambiare Ranucci, basta che non viene uno peggiore, e bisogna cambiare il format di Report come se fosse l’editore. Salvini che ha detto che devo spiegare le mie frequentazioni. Io, non lui… quelle del genero e del suocero, che è stato condannato per bancarotta vanno bene? Devo spiegare io le frequentazioni con Lavitola che mi ha messo una bomba? E tutti quelli che hanno frequentazioni con Ciavardini stragista, quelle vanno bene?”.
Il curioso paradosso è che Ranucci assicura di non avere alcuna intenzione di trasformarsi in politico, ma sembra seguire con notevole attenzione tutto ciò che potrebbe misurare il suo eventuale peso elettorale. “Vedo politici che parlano del format di Report anziché fare il loro lavoro. Nonostante la campagna di discredito”, sottolinea il giornalista, “secondo il sondaggio Swg pubblicato da La7 ho il 7% di gradimento. Ma c’è anche un altro dato, il 63% degli italiani mi considera credibile per guidare il Paese. Ma Mentana questo non lo dice”.
Non male, per uno che non vuole sentir parlare di candidatura. Anche perché già commentando la rilevazione Swg Ranucci si era soffermato con particolare interesse sulle sacche di consenso potenziale: “Il sondaggio è stato una sorpresa, perché io non ho annunciato né che mi candido e né ho fatto campagna elettorale”. Per poi precisare: “Più interessante è la parte che riguarda il 23% che alla domanda se mi voterebbe dice ‘può darsi’ o il 30% che dice ‘non saprei’”. Prima dunque la sorpresa per essere stato inserito in un sondaggio politico. Subito dopo l’analisi delle percentuali di chi potrebbe votarlo. Quindi un altro dato rivendicato pubblicamente sulla propria credibilità come possibile guida del Paese.
Eppure, ancora una volta, Ranucci torna a chiudere la porta. “La Rai mi ha spostato da Report: forse mi teme più come conduttore che come giornalista. Ma lo ripeto, non voglio entrare in politica: non è mia intenzione candidarmi. Quello che mi piacerebbe fare è tornare a fare inchieste. Vedremo dove. Certo, con gli stessi interlocutori principali la vedo dura, ma voglio continuare il mio impegno civile, battermi per i diritti civili e stare al fianco delle persone più fragili e più bisognose. Dove? Vedremo, ovunque mi sia possibile farlo”.
Altro giro, altro “vedremo”. Ed è proprio questo il punto. Ranucci dice no alla politica con formule sempre più categoriche, ma quasi ogni smentita contiene un’appendice capace di riaprire la partita. Prima “se mi cacciano proprio dalla Rai…”, poi il richiamo al consenso, quindi la credibilità per “guidare il Paese”, infine l’“impegno civile” da proseguire non si sa ancora dove.
Intanto il suo nome continua a circolare soprattutto dalle parti di Avs. L’invito alla festa nazionale di Avs aveva alimentato i retroscena, anche se Angelo Bonelli ha bollato come “totalmente inventate” le indiscrezioni su una candidatura. Mimmo Lucano, invece, non ha nascosto il proprio apprezzamento. E il terreno elettorale, almeno sulla carta, esiste. Nel sondaggio Swg diffuso dal Tg La7 il 39 per cento degli intervistati esclude che Ranucci possa essere un buon leader politico, il 26 per cento non sa rispondere, il 20 per cento dice “può darsi” e il 7 per cento “sicuramente sì”. Ma soprattutto il 75 per cento degli elettori di centrosinistra considera l’ex volto di Report “vittima di un disegno politico”, contro il 24 per cento del centrodestra. Numeri che raccontano una figura già fortemente politicizzata, prima ancora di un’eventuale candidatura.
Ranucci, dal canto suo, continua a negare. E magari non si candiderà davvero. Ma la sequenza ormai è curiosa: apre, chiude, socchiude, richiude e infine lascia sempre un “vedremo” sul tavolo. Più che respingere le avance della politica, sembra volerle tenere a distanza sufficiente per poter dire di non averle cercate. Ma non così lontane da non poterle ascoltare, qualora qualcuno decidesse davvero di bussare.
Massimo Balsamo, 9 settembre 2026
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