Il caso Sigfrido Ranucci ha ormai abbondantemente superato i confini di viale Mazzini. Non riguarda più soltanto Report, le scelte della Rai, le polemiche delle ultime settimane o il futuro professionale (o politico) del giornalista. È diventato un caso politico. Anzi, qualcosa di più: un caso identitario. E il sondaggio realizzato da Swg per il Tg La7 racconta con una certa brutalità quanto ormai il giudizio sul conduttore dipenda dalla parte politica dalla quale lo si osserva.
Il numero che salta agli occhi è soprattutto uno. Il 75% degli elettori di centrosinistra ritiene che Ranucci sia “vittima di un disegno politico”. Tre su quattro. Tra gli elettori di centrodestra la stessa convinzione si ferma invece al 24%. Una distanza di oltre cinquanta punti che difficilmente può essere spiegata soltanto con una diversa valutazione dei fatti.
Il solco si ripete quasi identico sugli altri quesiti. Per il 65% degli elettori progressisti il giornalista può aver commesso degli errori, ma lo avrebbe fatto “in buona fede”. Nel centrodestra la percentuale precipita al 32%. Sul versante opposto, il 67% degli elettori di centrodestra considera giusta la sua rimozione dalla conduzione di Report, mentre nel centrosinistra è d’accordo appena il 29%. E dopo le ultime vicende l’opinione su Ranucci è peggiorata per il 73% degli elettori di centrodestra, contro appena il 25% di quelli di centrosinistra. Numeri che descrivono due mondi quasi impermeabili.
Ma è soprattutto quel 75% a meritare una riflessione. Perché un conto è sostenere che Ranucci sia un buon giornalista, difenderne il lavoro o considerare sbagliata una decisione della Rai. Tutto perfettamente legittimo. Un altro è arrivare alla convinzione che dietro quanto accaduto esista addirittura un “disegno politico”. Il sondaggio, naturalmente, non dimostra l’esistenza di alcuna macchinazione: misura soltanto ciò che pensano gli intervistati. Ed è proprio questo il punto. Tre elettori di centrosinistra su quattro sono arrivati a interpretare la vicenda attraverso la categoria del complotto politico. È qui che si entra nel delirio puro.
Nel racconto costruito attorno a Ranucci, soprattutto nelle ultime settimane, ogni elemento rischia ormai di essere letto secondo uno schema prestabilito: il giornalista sarebbe il simbolo dell’informazione libera, mentre qualsiasi contestazione, decisione aziendale o problema interno diventerebbe automaticamente il tassello di un’operazione per metterlo a tacere. Non importa quasi più discutere nel merito ciò che è accaduto. Prima viene stabilito chi sono i buoni e chi sono i cattivi, poi i fatti vengono sistemati dentro la cornice.
Il risultato è la trasformazione di una controversia giornalistica e aziendale in una specie di battaglia per la democrazia. Ranucci non è più soltanto Ranucci: per una parte della sinistra diventa un simbolo da difendere. E quando un personaggio viene trasformato in simbolo, qualsiasi critica nei suoi confronti rischia di essere interpretata come un’aggressione politica.
È un meccanismo che paradossalmente finisce anche per rendere secondarie le vicende concrete che hanno alimentato il caso: dalle tensioni interne a Report alle polemiche emerse attorno al programma, fino alle discussioni sul futuro del giornalista e della trasmissione. Tutto viene assorbito dalla narrazione della vittima e del carnefice. Eppure proprio un altro dato del sondaggio suggerisce prudenza a chi immagina di trasformare questa mobilitazione in qualcosa di politicamente spendibile.
Alla domanda su un possibile futuro di Ranucci come leader politico, gli italiani mostrano infatti molto meno entusiasmo. Il 39% si dichiara contrario. Un altro 26% risponde di non sapere. Il 20% lascia aperta l’ipotesi con un generico “può darsi”. Appena il 7% lo vedrebbe “sicuramente” bene in politica. A questi si aggiunge un 8% che avrebbe potuto considerare favorevolmente l’ipotesi prima delle ultime vicende, ma che oggi ha cambiato idea.
In altre parole, l’aura politica costruita intorno al conduttore sembra molto più forte della sua eventuale capacità di trasformarsi in consenso elettorale. Ranucci può essere percepito come una bandiera da una parte consistente dell’elettorato progressista, ma questo non significa che gli italiani siano pronti a seguirlo nelle urne. Ed è forse questa la fotografia più interessante restituita da Swg. L’Italia non sta discutendo semplicemente se Ranucci abbia fatto bene o male il proprio mestiere, o se la Rai abbia preso una decisione corretta. Sta discutendo ancora una volta attraverso le appartenenze.
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La destra vede nel giornalista il simbolo di un certo sistema mediatico e giudica positivamente la sua uscita di scena. La sinistra, al contrario, tende a trasformarlo nella vittima di un potere che vorrebbe punirlo per le sue inchieste. Poi ci sono i fatti. Ma quelli, in una polarizzazione arrivata a questi livelli, rischiano quasi di diventare un dettaglio. Perché quando il 75% di un’intera area politica arriva a vedere un “disegno” dietro una vicenda televisiva, la domanda non riguarda più soltanto Sigfrido Ranucci. Riguarda il modo in cui una parte del Paese ha deciso di interpretare la realtà: non attraverso ciò che accade, ma attraverso ciò che è già convinta debba esserci dietro.
Massimo Balsamo, 8 settembre 2026
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