Cultura, tv e spettacoli

Ranucci is the new Francesca Albanese

Chi è e cosa vuole fare il conduttore di Report, che si fa largo tra una manifestazione dell'ANM e una del sindacato

ranucci albanese Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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La martirizzazione ed automartirizzazione, la santificazione ed autosantificazione strategica di Ranucci, candidato a sicura candidatura col movimento 5 Conte, continua imperterrita con la pesantezza di un missilone putiniano puntato sul mondo (nel silenzio assenso dei profeti del disarmo a senso unico). Male fecero quelli di destra, dalla politica all’informazione, a rivolgergli incauta ed appassionata solidarietà, perché il nuovo avatar della sinistra flotillera non ha perso un attimo per sputarci sopra e per sputar loro addosso, come si è subito visto alla Camera alla presentazione del libro militante della suffragetta militante Rula Jebreal, una della nuova sinistra in carriera che riesce a stare contemporaneamente in foto con l’orco Weinstein e per i poveri, col popolo palestinese e il business delle griffe modaiole. E il solidale Ranucci ne approfitta per slanciarsi agilmente in soccorso dei “giornalisti palestinesi” trucidati, alimentando l’ennesima bufala perché tutti sanno che quei giornalisti erano, sono provocatori e militanti di Hamas. Ma la nuova sinistra, come e meglio di quella vecchia, sa usare i morti lontani per il proprio tornaconto spicciolo, ombelicale, Report torturato, vampirizzato dal regime di destra, come no. “Oggi tre quattro articoli contro di me, e dopo tutta questa solidarietà sono contento mi stavo annoiando, anche perché è una solidarietà ipocrita non nascondiamolo” e “hanno ricominciato a delegittimare Report”.

Così, con toni da capitan Fracassa, Ranucci sta dicendo che il metodo Report non si tocca, che lui e quelli con lui possono fare quello che vogliono e nessuno li può non si dica sanzionare ma neppure sindacare. Questo il suo concetto di libertà, molto simile, molto sovrapponibile a quello che la compagna Salis ha della immunità: impunità e se mai arroganza. Se non mi lasciate agire come pretendo, allora sono un Giordano Bruno. E lo portano in trionfo quelli che fanno libretti a questo punto misteriosi a base di chat e telefonate private, roba per la quale ci sarebbe la sanzione e la galera e invece nessuno si sogna anzi vengono spacciati per informazione ardita e irriverente. Report allo stesso modo si lascia ricordare per faziosità e per spregiudicatezza, il costume di sputtanare quelli che si percepiscono come nemici, da un giornalismo militante che si spaccia per libero, non è previsto dalla deontologia, ma Ranucci sa di avere dalla sua i poteri che contano davvero: la scena di lui che si vanta delle duecento e passa querele, coi magistrati che gli lanciano una ovazione da stadio, è agghiacciante, preoccupante per la democrazia, meriterebbe un film di Nanni Moretti, uno di quei film dall’indignazione ironica. Ma che facciamo? Aspettiamo il Godot delle coscienze civili che rivendicano i flop al botteghino sovvenzionati e premiati nel nome dell’egemonismo gramsciano?

Ranucci sa benissimo che quelle duecento e passa denunce sono teoriche, sono elettorali, da martirio costruito perché i magistrati che lo trattano come Bravehart di sinistra le strapperanno una per una; apposta può dire “le tengo, voglio vincere in giudizio”. Sostiene di preoccuparsi per chi non ha le sue garanzie pubbliche, della RAI che paga e intercede, ma è ipocrita perché fra chi lo osanna ci stanno parecchi, politici e perfino colleghi che usano querelare a pallettoni “così mi faccio le vacanze” e i bersagli, essendo fuori dal giro, nessun giudice li tutelerà siccome anche i giudici ormai amministrano il codice sulla base della quota follower, della visibilità televisiva che non è detto si traduca in pubblico vero, in rispetto guadagnato.

La sinistra ranucciana applica la sua idea di giustizia come solidale tra i compari, punitiva e di rappresaglia per i nemici: l’appello di Sigfrid non è affatto ispirato a democrazia garantita quanto a democrazia selettiva, di casta e di appartenenza. Così è facilissimo, è inevitabile l’esercizio non dell’informazione ma della politica già attiva, schieratissima, scorrettissima, sulla questione palestinese; del resto il martire di giornata è lì per quello, è venuto a dire cose che ci si aspetta dica un prossimo candidato per i 5 stelle e non lo nasconde, non si tira indietro, non si pone neppure uno scrupolo residuo di equilibrio e di prudenza: “Le resistenze, io so cosa abbiamo dovuto passare per usare per la prima volta il termine genocidio in una trasmissione in Rai, mi si chiedeva continuamente di cambiare il titolo o il lancio della puntata, c’è chi è stato sorpreso che per la prima volta la Rai usasse il termine genocidio, termine già usato da corti internazionali”; poi “ringrazia la compagna e compare Rula che ha “saputo raccontare” con “profondità” il genocidio in un “momento di anestetizzazione totale”, una delle “pagine più brutte della storia mondiale”. Cioè per fare propaganda, non informazione: Jebreal ogni giorno inserisce sui social documenti su bambini annientati dai sionisti che restano in attesa di prova, ma basta proporli secondo la strategia dei Fratelli Musulmani, di Hamas. “I giornalisti uccisi a Gaza erano free lance. Questo evidenzia il prezzo da pagare se vuoi raccontare la verità. Chi fa la guerra non sopporta gli occhi dei giornalisti, dietro si nascondono affari. La tregua di Trump è una pace di affaristi, non di uomini di pace. La pace ha bisogno di un’informazione che funzioni e questo mettetelo in un contesto informativo che è drogato, in questo contesto si sono mosse lobby per favorire chi stava commettendo questo genocidio, investimenti di 40 milioni di euro per delegittimare quello che stava dicendo l’inviata Onu Albanese”.

Più chiaro, più evidente di così. Non sono le riflessioni di uno che fa informazione e può avere le convinzioni che vuole ma in un minimo di decenza professionale, se mai quelle di un militante che si prepara alla politica non più surrettizia quanto diretta. Ma la ineffabile inviata Onu Albanese con le sue esagerazioni si delegittima da sola, adesso anche una report francese dice l’ovvio da dire, che non rappresenta altra verità che la sua, non altra istituzione che se stessa, che la sua ostinata comprensione per Hamas non è sostenibile ed è sospetta.

Il giro è quello dei 5 Stelle in alleanza ostile col PD e Ranucci si è montato la testa, pontifica come tutti nella galassia di sinistra dove i martiri, gli eroi, i navigatori flotilleri brillano per un attimo e poi vengono divorati da quel Moloc che è la idiozia fanatica da Politburo, da giornalismo zelante. Non che a destra di utili servi ne manchino, figuriamoci, ma se c’è una cosa che stiamo constatando di questi tempi è l’assoluta stupidità con cui la sinistra mediatica sforna eroi che subito sforma: ieri Albanese, oggi Sigfrid che la celebra ma allo stesso tempo la tumula; domani chissà, Wanna Marchi, Rula, un deejay, una su Onlfyfans, uno della “Ginto”. In questo spreco di megalomania e di epos, siamo ancora in attesa di sapere, di capire se il martire-uovo, fresco di giornata, sia tale per le sue urticanti inchieste o per ritorsione di chissà quale circolo balordo o per casualità ambientale, insomma è ancora tutto da chiarire. Meno una cosa: Ranucci ha colto subito la bomba al balzo e sta lavorando per se stesso. Sempre che domani non arrivi un altro martire più martirizzato che lo fa fuori, secondo costume immarcescibile della sinistra Ugolino.

Max Del Papa, 28 ottobre 2025

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