Più Saviano invecchia, e invecchia male assai, più diventa caricatura di una caricatura, più appare chiaro che non va preso sul serio, più appare inspiegabile come abbiano potuto prenderlo sul serio. Potenza della televisione!
Ormai la costruzione mediatica, partita da Gian Arturo Ferrari di Mondadori 20 anni fa, ha superato il grottesco della presunzione: con quelle smorfie, quelle pose, quelle pause strazianti, vuoto nel vuoto di discorsi strampalati, anni di dirette al circolo di Fazio non gli hanno insegnato niente e si direbbe gli abbiano fatto perdere il senso del proporsi in una diretta, in uno streaming: se si atteggia a podcaster, se fa un video per i social, si rende improbabile, nessuna naturalezza per quanto fittizia, solo lo sforzo, patetico, di apparire più apodittico che dogmatico. Questo perché la vanità lo divora come divora gli insicuri cronici e quelli che simulano, che si atteggiano per mascherare le profonde lacune, abissali lacune.
Saviano ha una fortuna: non si accorge di chi è davvero, ha per così dire sublimato le sue approssimazioni: convinto com’è, è rimasto l’eterno dilettante che ha sbancato con un libro, come Vannacci. Su tutto va all’impronta, improvvisa e ci si mette in mezzo sia mafia, Napoli, America, Garlasco, mondo, opere mondo come quelle di Franco Moretti, il critico, e adesso continua a non capire e di conseguenza far capire niente dell’affaire Ranucci, sul quale le cose che sono uscite sono da pochade e quelle che usciranno saranno inquietanti (vedrete).
Lui ha sprecato fin dall’inizio video su video per sposare la tesi più balorda e più facilona, le destre, il Mossad che ha in pancia le sorelle Meloni, magari girandoci intorno, come tutti, ma neanche tanto e comunque il senso era chiaro; a misura che escono le sconcertanti bassezze della realtà più pedestre, più mediocre, più pecoreccia, più banalona, le corrispondenze d’amorosi sensi fra bombarolo e bombardato, gli alibi concordati, gli incontri clandestini, da cocorite, che fanno incazzare le rispettive amanti, i buchi nelle chat, i telefoni spenti e chiusi nel cassetto, l’ombra di funzionari avidi dei Servizi negli affari polverosi del cozzaro nero, che voleva proteggere l’amico rosso tirandogli petardi, ma in modo morboso, il possibile ruolo politico mediatico di Report in tutta la faccenda, le presunte prepotenze da padre padrone in redazione, un martire che martirizzava, almeno insinuano, che se la prende con tutti ma dopo 45 giorni non spende una parola per dissociarsi da chi non voleva farlo saltare davvero per aria (forse), bruciarlo, fotterlo, ma di fatto proprio questo ha ottenuto, insomma la tragedia di molti uomini (e donne) ridicoli, di due piccioncini che si scoprono piccioni, ecco, avendo poi saputo tutto questo, dati causa e pretesto, sarebbe il caso di sottrarsi al comico residuo: Saviano no. Lui insiste, eroico nel subire stoicamente se stesso fa l’ennesimo spiegopippone social in cui non c’è niente da capire.
Bob o’ Cientral Parc gira, gira intorno, svicola, posa, recita, si atteggia, modula, si gonfia, si farcisce, ricostruisce, decostruisce trangugia frasi a effetto, l’internazionale socialista, updatata in progressista, i finanziamenti alle fondazioni conservatrici americane (quali?), ai partiti delle destre europee (quali?), l’onda populista, la cabina di regia planetaria, “ma ci arriveremo anche a questo”, invece non arriva mai a niente, sale sempre più nell’immaginario stratosferico, come un pallone sfuggito di mano a un bambino che va su, sempre più su, sempre più in alto, come la grappa Bocchino di Mike Bongiorno, oltrepassa il Cervino, s’inoltra nell’iperuranio platonico “situato al di sopra del cielo”, di evocazione in astrazione, in rarefazione, fino ai complottoni lunari, contorti, demenziali, nei quali ci si perde, si scompare in una nuvola di fumo come Empedocle nell’Etna. E alla fine torna ancora fuori, come entità teologica, anzi teosofica, la solita entità che tutto spiega, tutto risolve: Israele, i suoi Servizi, che, per Costituzione, geneticamente tengono in pancia le solite sorelle Meloni.
Una prospettiva gassosa, una bolla al centro di un buco, un vaniloquio circolare, è così perché è così e io ve lo dico anche se non so dirvi come è, cosa è, cosa c’è, sembra il Montale più sconsolato, “codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, e soprattutto ciò che non sappiamo, mentre quello che non vorremmo lo sappiamo benissimo: non sentire più queste boutade da avanspettacolo a furia di “salti lessicali”, di “crepe che sono tutte verificabili” ma non si verificano perché, repetita juvant, non c’è niente da capire, pertanto, ab origine, non si capisce come e perché il non detto nel non esistente non dovrebbe essere plausibile e perché d’altra parte dovrebbe esserlo, visto che è un assunto inconsistente per delimitare l’inesistente. “Si può solo dire niente”, come insegnava Carmelo Bene, ma qui si dice tutto di niente per dir niente di tutto; e non so dirlo meglio di così perché mi manca il costrutto teorico.
È insidioso questo guaglione arrugginito, ti risucchia nel regno del fantastico o del paranoico ma senza una consistenza almeno immaginifica, senza un riferimento alla patafisica “scienza delle soluzioni immaginarie”: direttamente nelle negazioni della logica aristotelica, del noumeno, qui non c’è intelletto, figurati se può sussistere pensiero. C’è solo quello che non c’è e come tale è indicibile anche se ricamato come in una pièce. Gennarino ‘o Mossad, col gesticolare che enfatizza il marasma, l’anello sul dito indice, pare un illusionista: “Atenzione, eh! La pre-sti-di-gi-tazione”, come diceva il mago Silvan con l’inflessione da esotico veneziano. Uno manda il video da capo, ci si mette d’impegno, e alla fine si trasforma in Giovannone, il “sottococo” del conte Mascetti: “Un ho capito un cazzo!”, arrotando i coltellacci. Allora lo ripassa una volta ancora, si isola, strizza gli occhi per concentrarsi meglio, stavolta giuro che ce la faccio, stavolta davvero voglio afferrare… e si ritrova come lo zio di Cecco il fornaio amato dalla Pina Fantozzi: “Ma che cazzo stai a dì!” agitando la mano stretta a cucchiaio. Sul ponte sventola bandiera bianca, ma sì, sarà come dice lui, qualsiasi cosa sia o non sia mi arrendo, Maria io scendo, mi sento che gira tutto intorno la stanza, mentre si spanza, si spanza.
E come si fa a prendere sul serio quelli così, sempre sul crinale teatrale tra commedia e tragedia? I Saviano, i Ranucci, hanno capito qualcosa che contraddice il giornalismo di testimonianza ma esalta la sua involuzione in protagonismo egolatrico: non conta essere credibili, presentabili, conta sentirsi maestri. Uno li sente e pensa ma basta, fermati, taci o dì qualcosa che abbia un significato, qualcosa di comprensibile, per esempio ambarabaccicciccoccò, che almeno vuol dire qualcosa. Invece procedono nell’erezione dell’ego, “spiegando” tutto a tutti, dalla camorra alla pizza passando per Garlasco, strano non ci abbia infilato la mafia anche lì, ma forse ce lo siamo persi noi. E alla fine si danno reciprocamente dei megalomani, perché nello specchio dell’altro trovano il loro imbarazzo. Solo che su Ranucciolo&Lavitolo “Stavorta te sei sbajato”, come diceva Gennaro Gargiulo, il barista di Lino Banfi, “che se sbagli la comanda te rompe er…”. No ma comunque c’è il complottissimo, c’è, fatto a scale, a rampe, tutto un triplo e quadruplo livello, per far cosa non si sa, però sapevatelo, “da internazionale socialista a internazionale progressista il salto lessicale non è innocente” e tutto il resto lo scopriremo solo vivendo, sempre che le sorelle Mossad della Garbatella non ci facciano fuori prima con un mazzo di fuochi artificiali sotto al culo.
Max Del Papa, 16 settembre 2026
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