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Il caso di Modena

Rave, la sinistra muta sui portuali ora difende i fattoni

Si alzano gli scudi contro il decreto del governo Meloni che ha codificato una nuova norma penale per le feste improvvisate

letta rave

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Ormai lo dobbiamo dire: non c’è limite al peggio. Dopo un’opposizione fondata sul presunto carattere discriminatorio di Giorgia Meloni, perché il partito Fratelli d’Italia non ammetterebbe anche la formula “Sorelle”; oppure dopo le parole choc della deputata Pd, Deborah Serracchiani, secondo cui l’esecutivo metterebbe “le donne un passo indietro agli uomini”, ecco che ne arriva una nuova. E questa volta oggetto del cortocircuito è la libertà di manifestazione.

L’intervento del governo sui rave

Ma andiamo con ordine. Tutto nasce dalla nuova norma, l’articolo 434bis del Codice Penale, istituita per inasprire il pugno duro contro i rave party, dopo i fatti di Modena del weekend appena passato. Ebbene, per il segretario del Pd (ancora per poco), Enrico Letta, la disposizione appena codificata sarebbe una lesione della libertà di manifestazione dei cittadini: “Le nuove norme che avete voluto con decreto legge non sono contro i rave party abusivi. Suonano come limite alla libertà dei cittadini e minaccia preventiva contro il dissenso”.

Cortocircuito Pd

A meno che non si tratti di un sosia, Letta rimane sempre il segretario di quel partito che ha impersonificato, più di tutti, la linea chiusurista e pro-restrizioni durante il periodo pandemico. Quindi, chiediamo: se creare una nuova norma contro i rave con lo scopo della deterrenza è incostituzionale, cosa è stato confinare in casa 60 milioni di italiani, sbandierando il “modello cinese”, durante la fase pandemica? Quella non rappresentava una chiara lesione della libertà non solo di manifestazione, bensì personale?

Ma andiamo avanti. Il cortocircuito di Letta trova il suo apice quando lo scorso governo represse con la violenza le manifestazioni dei portuali di Trieste, scesi in piazza per chiedere l’abolizione del green pass per lavorare. In quel caso, però, il ministero dell’Interno decise di adottare la linea dura. Pare quindi non solo ipocrita, ma anche autolesionista, sollevare questioni di costituzionalità sulle norme che bloccano spazi franchi come i rave (dove è solita anche la circolazione e l’uso di sostanze stupefacenti); e non su disposizioni che sospendevano dal lavoro gli italiani non vaccinati.

Insomma, se è vero che una parte della destra (liberale) preferisca normare il meno possibile, senza nuove e costanti ingerenze da parte dello Stato; è altrettanto vero che lezioni di democrazia da chi limitava la libertà a colpi di Dpcm o chiedeva l’autocertificazione per bere un caffè seduti, dovrebbero essere decisamente evitate.

Doppio standard

A ciò, ricordiamo anche i bollettini tragici dei rave party. Nel viterbese, per esempio, la festa improvvisata dello scorso anno provocò un morto, cinque ricoverati e numerose denunce di violenza sessuale. Quella volta, però, il ministro Lamorgese decise di intervenire solo a giochi fatti, quando la musica andava avanti ininterrottamente da una settimana. Stessa cosa al rave di Torino, che provocò il ferimento di tre agenti di polizia.

Insomma, sembra che si tratti della solita critica ad hoc, preconfezionata, per partito preso. Ha ragione Matteo Renzi, quando alla Camera, dopo il sopracitato intervento della Serracchiani, ha tacciato l’opposizione piddina di vero e proprio “masochismo”. La commedia si è riproposta anche sul tema dei rave party, ed il Pd ci ha strappato ancora una volta una risata.

Matteo Milanesi, 2 novembre 2022