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Il 12 giugno i referendum sulla giustizia

Referendum, perché oggi dobbiamo andare a votare

Oggi, 12 giugno 2022, si vota per i referendum sulla giustizia. Nonostante il silenzio dei media

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Suona alquanto strano e paradossale, e dovrebbe smuovere la coscienza critica e politica di ognuno di noi se ancora ne avessimo una, che il partito che più impreca contro presunti attentati allo Stato di diritto compiuti dalle forze “sovraniste” sia poi quello che ha prima contribuito in maniera decisiva a depotenziare i referendum sulla giustizia su cui si voterà oggi e poi ha consigliato ufficialmente con il suo segretario di votare no (anche se non pochi deputati di peso, da Enrico Morando a Stefano Ceccanti, agiranno altrimenti).

Il fatto è che quel partito, che si chiama democratico ma che della democrazia liberale non ha né la cultura né il giusto pedigree storico, tiene allo Stato di diritto solo nella misura in cui esso converge con i propri interessi. E chi più della magistratura, nella sua punta più visibile e attiva, ha contribuito in questi anni a delegittimare le forze ad esso alternative attraverso un doppiopesismo di fatto, interventi in gamba tesa alla vigilia di elezioni, istruttoria di inchieste rivelatesi nella stragrande maggioranza dei casi basate su disinibite illazioni o addirittura “teoremi”?

Scardinare quel “sistema”, così efficacemente descritto da Alessandro Sallusti e Luca Palamara, significherebbe perciò scardinare anche quel sistema di potere che tiene artificialmente al governo la sinistra anche quando è punita nelle urne. E pazienza che quel sistema, perpetuandosi, rappresenti una vera “emergenza democratica”, un attentato palese, esso sì, ai principi su cui si fonda lo Stato di diritto e la nostra stessa Costituzione.

In verità, perché la sinistra depotenziasse i referendum, ad esempio silenziandoli completamente sui media, non c’è voluto un preciso ordine di scuderia: il giornalista medio italiano non prende ordine dal Nazareno, ne capta semplicemente gli umori. E agisce di conseguenza (do you remember “egemonia culturale”?). Il risultato è che la posta in gioco nei referendum non è spesso chiara agli italiani, che nessuno ha approntato una narrativa che li rendesse meno “noiosi” (come diceva quella tale) di come appaiono per forza di cose dovendoli esprimere per legge in un linguaggio burocratico, che gli stessi promotori hanno dovuto tirare il freno a mano per timore delle conseguenze politiche.

Ed è poi un peccato che una forza di centrodestra come Fratelli d’Italia abbia contribuito a questo silenziamento con inutili distinguo e cavilli e non cogliendo il senso e il significato politico che cinque sì potevano avere. Chi scrive non crede nei miracoli, ma non li esclude. Se oggi il miracolo dovesse avvenire, cioè se il quorum sarò raggiunto, gli italiani avranno dimostrato di essere più maturi del “sistema” che li governa. E qualche speranza di “salvezza” per questo nostro Paese forse si intravvederebbe.

PS: Sergio Mattarella ha fatto presente che votare è un diritto, non un dovere. È una posizione che non fa una grinza da un punto di vista liberale: l’idea di “libertà positiva”, quella che ingenuamente Giorgio Gaber individuava nella partecipazione, non è la “libertà dei moderni” su cui si fonda lo Stato di diritto. Peccato che di questo principio ci si ricordi solo ora, e si accantoni solo ora quella insulsa retorica partecipativa che ha spesso accompagnato i nostri uomini di Stato. 

Corrado Ocone, 12 giugno 2022