Pedro Sánchez è ormai una specie di santo patrono della sinistra italiana. È bello, elegante, progressista, europeista, sempre dalla parte giusta della Storia. E soprattutto è Sánchez: quindi qualunque cosa faccia, a sinistra riescono miracolosamente a trasformarla in una vittoria ideologica. Poi succede Ceuta.
Arrivano decine di migliaia di migranti. La situazione precipita, il governo spagnolo interviene e, nei giorni successivi, comunica che decine di migliaia di persone sono rientrate in Marocco. Ed è qui che il fenomeno Sanchez diventa interessante. Se una cosa simile la fa un governo di destra, siamo davanti alla “deportazione”, alla “caccia al migrante”, al “ritorno dei fascisti”, se invece la fa Sánchez, cala un religioso silenzio.
Anzi, c’è chi riesce persino a raccontarla come una prova della superiorità della sinistra. A questo punto una domanda sorge spontanea: ma non erano proprio loro quelli che consideravano la “remigrazione” una follia razzista e fascista? Evidentemente esistono due rimpatri: quello fascista, quando lo propone la destra, e quello progressista, quando lo gestisce Sánchez.
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Il problema non è Sánchez, il problema è il sanchismo trasformato in fede religiosa. Se lo dice Sánchez, è vero. Se lo fa Sánchez, è progressista. Se lo fa un governo di destra, è fascismo. Se i numeri contraddicono la narrazione ideologica, sono i numeri a essere sospetti e non fattuali. Ed è così che la politica diventa non gestione dei problemi, ma catechismo: non importa quello che succede, importa soltanto chi lo fa.
A questo punto non resta che aspettare il prossimo miracolo, magari Sánchez riuscirà a dimostrare che rimpatriare decine di migliaia di persone è contemporaneamente una politica di accoglienza, inclusione e antifascismo. State tranquilli, qualcuno a sinistra troverà il modo di applaudirlo perché quando il profeta è quello giusto, anche la realtà deve adeguarsi alla narrazione.
Massimo Micheli, 10 agosto 2026
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